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Tribunale per i minorenni ed ordinario: i limiti della competenza per attrazione
Articolo 04.11.2013 (Giuseppina Vassallo)

La richiesta di affidamento del minore, in via esclusiva o congiunta, nei casi in cui sia stata dichiarata, definitivamente o provvisoriamente, la decadenza della potestà genitoriale, non instaura una controversia ex art. 317-bis c.c. in quanto non riguarda il rapporto tra padre e madre in ordine all’esercizio della genitorialità, ma la valutazione circa l’esistenza delle condizioni che giustificano l’affievolimento della responsabilità genitoriale. La domanda presuppone una modifica del provvedimento di decadenza al fine di recuperare la piena potestà genitoriale, pertanto la decisione non può che essere assunta dal giudice che l’ha disposta.

Il Tribunale ordinario di Milano ha avuto modo di pronunciarsi su due casi analoghi riguardanti la ripartizione di competenze tra il Tribunale per i minorenni e il Tribunale ordinario, individuando presupposti e limiti della cosiddetta competenza “per attrazione”.

La Legge 219/2012 ha disegnato un panorama diverso da quello prima esistente, in cui tutte le controversie riguardanti l’affidamento e il mantenimento dei minori passano al giudice ordinario, anche quelle relative a figli di genitori non coniugati. Il Tribunale minorile vede decisamente ridotte le proprie attribuzioni, ma rimane competente per l’emissione dei provvedimenti de potestate, ablativi o limitativi della potestà genitoriale, previsti dagli art. 330 e seguenti del codice civile. Questi provvedimenti possono diventare di competenza del Tribunale ordinario in presenza di alcuni presupposti, individuati dal testo riformato di cui all’art. 38 disp. att. c.c. La norma prevede che per i procedimenti di cui all'articolo 333 c.c., resta esclusa la competenza del Tribunale per i minorenni nell'ipotesi in cui sia in corso, tra le stesse parti, giudizio di separazione o divorzio o giudizio ai sensi dell'articolo 316 c.c. In tale ipotesi, per tutta la durata del processo, la competenza, anche per i provvedimenti contemplati dalle disposizioni richiamate nel primo periodo, spetta al giudice ordinario. Nelle ipotesi di spostamento della competenza ex art. 333 c.c., per tutta la durata del processo, la competenza, anche per i provvedimenti contemplati dalle disposizioni richiamate nel primo periodo, ossia anche per i provvedimenti ex artt. 330 c.c., spetta al giudice ordinario.

Venendo alle decisioni in esame, il Tribunale di Milano ha dovuto rigettare i ricorsi aventi ad oggetto la richiesta di affidamento e mantenimento di minori per i quali però era già stato pronunciato, in via provvisoria o definitiva, un provvedimento di decadenza della potestà genitoriale.

In entrambi i casi, il Tribunale minorile aveva, per così dire, “indotto in errore” i ricorrenti dichiarando la materia come di competenza del Tribunale ordinario in forza delle nuove disposizioni di legge.

Pur non verificandosi l’ipotesi di conflitto negativo di competenza, i Giudici milanesi hanno rimandato, di fatto, le parti innanzi al Tribunale minorile.

Vediamo perché.

Nel primo caso (decreto 3 ottobre 2013), nella pendenza di un giudizio ex art. 330 c.c. promosso dal Pubblico Ministero, la madre aveva chiesto al Tribunale ordinario il ripristino della potestà genitoriale qualificando l’azione ex art. 317 bis c.c. - art. 155 c.c. (affidamento in caso di genitori non coniugati che cessano la convivenza), domandando la modifica delle precedenti condizioni stabilite dal Tribunale per i minorenni con previsione di affidamento, in una prima fase, ai Servizi Sociali ma con collocazione prevalente presso di sé, per poi giungere gradualmente a un affidamento condiviso.

La donna si era rivolta al Tribunale ordinario perché in precedenza aveva depositato analoga istanza al Tribunale minorile ma, stante l’entrata in vigore della Legge 10 dicembre 2012, n. 219, lo stesso si era ritenuto incompetente a decidere indicando la competenza del Tribunale ordinario.

I giudici Milanesi dichiarano inammissibile il ricorso. La richiesta presuppone una modifica del provvedimento di affidamento e collocamento in Comunità del minore, al fine di recuperare la piena potestà genitoriale, pertanto non instaura una controversia ex art. 317 bis c.c. in quanto non riguarda il rapporto tra padre e madre in ordine all’esercizio della genitorialità ma la valutazione circa l’esistenza delle condizioni che giustificano l’affievolimento della responsabilità genitoriale.

Dalla lettura dell’art. 38 disp. att. c.c. emerge chiaramente che la cosidetta competenza “per attrazione” del Tribunale ordinario, in materia di limitazione di potestà, opera solo nel caso in cui sia pendente tra le stesse parti un giudizio di separazione o divorzio o un giudizio ai sensi dell'articolo 316 c.c. E’ vero che nell’interpretare la legge, l’attrazione è stata estesa anche ai casi di cui all’art. 317 bis c.c. ma nel caso specifico, la modifica di un provvedimento ancora pendente non può che essere di competenza dell’organo giudiziario che ha emanato quel provvedimento. Inoltre la norma di cui all’art. 317 bis c.c. si riferisce a questioni di potestà e affidamento del figlio natuale riconosciuto i cui genitori abbiano cessato la convivenza e presuppone che la potestà genitoriale sia integra e non limitata dai provvedimenti di cui agli art. 330 e ss. c.c.

Il secondo caso (decreto 11 ottobre 2013) è analogo al precedente. Anche in questa circostanza era stato pronunciato un provvedimento ablativo della potestà genitoriale da parte del Tribunale minorile, con decreto definitivo il quale disponeva l’affidamento del minore al Comune e il collocamento di madre e figlio presso una Comunità, limitando gli incontri col padre detenuto, in ambiente protetto. La madre aveva chiesto la revoca del provvedimento e l’affidamento esclusivo del figlio ma la domanda non era stata accolta sia perché sussistevano i presupposti per mantenere la limitazione di potestà per entrambi i genitori, sia perché il giudice minorile non sarebbe stato più competente ad emettere provvedimenti ex art. 317 bis c.c. in forza della legge di riforma 219/2012. Il Decreto non è stato reclamato ma la donna ha esercitato l’azione innanzi al Tribunale ordinario riproponendo la stessa domanda che era stata respinta.

Anche in questo caso il ricorso è stato dichiarato inammissibile dai giudici di Milano.

In primo luogo perché, di fatto, la madre ha agito per la modifica, la riforma e/o la revoca del decreto, chiedendo un riesame della valutazione effettuata dal Tribunale minorile che doveva essere rimessa alla Corte d’Appello.

In secondo luogo, citando la precedente pronuncia, nel caso specifico non si verte in materia di affidamento di minore nato da coppia non coniugata che abbia cessato la convivenza, caso riconducibile al disposto normativo di cui all’art. 317 bis c.c., poiché la fattispecie presuppone l’esercizio integro della potestà genitoriale che anche in questa circostanza non sussiste.

In conclusione, in entrambi i casi, la domanda presupponeva la reintegra nella potestà, provvedimento che deve essere dal giudice che ne abbia disposto la decadenza.

(Altalex, 18 novembre 2013. Nota di Giuseppina Vassallo. Per approfondimenti: Codice di procedura civile commentato. Con Banca dati su Cd-rom, a cura di Consolo Claudio, Ipsoa, 2013)


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