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Considerazioni sulla testimonianza resa dalla parte offesa costituitasi parte civile
Articolo di Andrea Conz 27.04.2004



ARTT.497 COMMA 2 e 197 COMMA 1 lett.c) C.P.P.
COMMENTO ALL’ORDINANZA N.82/2004 DELLA CORTE COSTITUZIONALE

Andrea Conz
(Avvocato in Roma)

 

La pronuncia della Corte Costituzionale.

In data 23 febbraio 2004, la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla legittimità costituzionale dell’art.497 comma 2 c.p.p..

Con l’ordinanza n.82/2004, la Corte ha respinto il ricorso sollevato, con riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dal Tribunale di Venezia, sezione distaccata di Portogruaro, con il quale si denunciava la violazione dei predetti articoli costituzionali in quanto nell’art.497 comma 2 c.p.p., non si prevedeva il divieto di esaminare come testimone la persona offesa dal reato costituita come parte civile, con la conseguenza di sottoporla, nonostante sia interessata all’esito del giudizio, all’obbligo di dire la verità e di prestare “giuramento”, così consentendo “di fatto, che la prova della colpevolezza dell’imputato si basi esclusivamente o quasi esclusivamente sulle sue dichiarazioni”.

Il remittente rilevava due interessanti questioni nella premessa che “la stragrande maggioranza” dei procedimenti penali hanno origine da una denuncia-querela presentata dalla parte lesa.

La prima era quella di poter prefigurare un eventuale ipotetico epilogo dei processi che vedrebbe una quasi costante conclusione in sentenze assolutorie per l’imputato, nel caso in cui si fosse conformi alle affermazioni della giurisprudenza di legittimità che, per un verso, ha affermato che la testimonianza della persona offesa debba essere valutata “con ogni opportuna cautela” e che può “essere assunta, come fonte di prova, unicamente se venga sottoposta a [un] riscontro di credibilità oggettiva e soggettiva, “sorretto da adeguata e coerente giustificazione”.

La seconda questione, invece, avendo come premessa un indirizzo sulla legittimità meno rigoroso, come il poter attribuire “piena efficacia probatoria alla testimonianza della persona offesa dal reato, qualora ne sia accertata l’intrinseca coerenza logica, anche quando essa costituisca l’unica prova e manchino elementi esterni di riscontro”, era quella che si verrebbe ad inficiare il principio di uguaglianza fra le parti.

In definitiva, il remittente avrebbe voluto che la deposizione della persona offesa fosse assunta con le modalità che consentono di attribuirle lo stesso valore delle dichiarazioni dell’imputato. Sul punto, peraltro, veniva ad essere fatto un richiamo ad altra precedente pronuncia della Corte Costituzionale, che dichiarava infondata, con ordinanza n.115 del 1992, analoga questione sollevata in relazione all’art.197 comma 1 lettera c c.p.p.. In tal provvedimento di remissione si afferma, così come in altre pronunce su identiche questioni, esaminate e dichiarate infondate, che non vi sia affatto il bisogno di introdurre nell’ordinamento una preclusione alla testimonianza della parte civile, dal momento che la giurisprudenza ha oramai individuato canoni e criteri per scongiurare l’evenienza di un’acritica acquisizione al processo di dichiarazioni la cui obiettività non sia accertata.

La Corte, quindi, richiamando Sue precedenti pronunce, tra le quali la predetta ordinanza n.115 del 1992, l’ordinanza n.374 del 1994, la sentenza n.2 del 1973 e la sentenza n.190 del 1971, con cui si ritenevano infondate analoghe questioni, ha ritenuto l’art.497 comma 2 c.p.p., non lesivo degli articoli 3 e 24 della Costituzione, nel punto in cui non pone il divieto di esaminare come testimone la persona offesa dal reato costituita parte civile. Infatti, l’eventuale possibilità di vedere provata la colpevolezza dell’imputato sulla sola base di tale deposizione, con conseguente ipotetica lesione degli artt.3 e 24 della Costituzione, viene ad essere elusa dall’attuale orientamento della Cassazione, richiamato dallo stesso remittente, secondo cui la deposizione testimoniale della persona offesa, costituita parte civile, deve essere sottoposta ad un riscontro di credibilità oggettiva e soggettiva, e il convincimento del giudice, su tale fonte di prova, deve essere sorretto da adeguata e coerente motivazione, così dimostrando di essere al corrente dell’indirizzo giurisprudenziale che dovrebbe fugare qualsiasi dubbio circa il rischio che la testimonianza della persona offesa venga acriticamente assunta come prova della responsabilità dell’imputato.

Pertanto, la questione di legittimità costituzionale dell’art.497 comma 2 c.p.p., sollevata in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, e che ha visto come istante il Tribunale di Venezia, sezione distaccata di Portogruaro, è stata dichiarata, dalla Corte Costituzionale, manifestatamente infondata.

******

La parte civile ed il responsabile civile.

L’ordinanza in esame non fuga alcune perplessità che sono proprie della questione in oggetto.

In particolare, è l’art.197 comma 1 lett.c c.p.p., indirettamente richiamato dal provvedimento in oggetto, ha far nascere dubbi di legittimità costituzionale.

La norma, nel disciplinare l’incompatibilità con l’ufficio di testimone, esclude il responsabile civile e la persona civilmente obbligata alla pena pecuniaria, in quanto se essi potessero rivestire qualità di testi, potrebbero esporsi all’obbligo di rendere dichiarazioni sfavorevoli al loro interesse.1

Differente è stata considerata la posizione della persona offesa costituitasi parte civile.

L’art.74 c.p.p., indica che, nel processo penale, è parte civile il soggetto che esercita, in questo, l’azione civile per le restituzioni od il risarcimento del danno. Il danno deve essere conseguenza diretta ed immediata dell’accertanda condotta illecita2, prodotto dalla lesione, ingiusta, sia di diritti soggettivi, quindi direttamente previsti e tutelati da norme sostanziali, che di interessi legittimi3.

La parte civile, pertanto, è portatrice e rappresentate di un proprio interesse nell’azione penale.

L’azione civile, in ambito penale, è una opportunità, riconosciuta al danneggiato4 dal reato, di far valere le proprie pretese risarcitorie, invece che in separato processo innanzi al giudice civile, direttamente innanzi al giudice penale investito della cognizione del reato. E’ uno degli strumenti, previsti dal legislatore, per attuare i principi della economicizzazione degli strumenti processuali e della unità della funzione giurisdizionale.

Figura speculare ed opposta alla parte civile è il responsabile civile. Anch’egli, infatti, è un soggetto del processo, diverso dall’imputato, tenuto, in luogo di questo, al risarcimento del danno prodotto dal reato5. E’ una parte del processo penale sia eventuale che accessoria; eventuale, in quanto la sua presenza nel processo non è defettibile e necessaria, come nel caso dell’imputato, parte essenziale. Accessoria, perché riveste una posizione giuridica sostanziale che, così come si evince dalla lettura del codice di procedura penale, è secondaria rispetto alla principale azione penale, oggetto centrale del processo. Il responsabile civile non può intervenire volontariamente nel processo, ma soltanto quale soggetto passivo della pretesa civile risarcitoria, azionata dalla parte civile. La costituzione della parte civile-attore è il presupposto per la vocatio in iudicium del convenuto-responsabile civile. Tale costituzione, disciplinata dall’art.78, c.p.p., è una dichiarazione che deve, obbligatoriamente, contenere non solo l’indicazione dell’imputato o del responsabile civile, ma una precisa determinazione del petitum, la pretesa risarcitoria, ed anche della causa petendi, cioè le ragioni che la giustificano. Pertanto, non è ammissibile la costituzione di parte civile che non indichi le ragioni in forza delle quali si pretende che dal reato siano scaturite conseguenze pregiudizievoli, nonché il titolo che legittima a far valere la pretesa risarcitoria.

L’art.83 c.p.p., disciplina la citazione (vocatio in iudicium) del responsabile civile.

La citazione avviene a cura della parte civile e, nel caso di incapacità del danneggiato art.77 comma 4 c.p.p., del pubblico ministero. Il decreto del giudice, con il quale si ordina la chiamata in causa del responsabile civile, è notificato, tranne che nel caso previsto dall’art.77 comma 4 c.p.p., a cura della parte civile. Alla citazione segue la costituzione, che può avvenire in ogni stato e grado del processo anche a mezzo di procuratore speciale, art. 84 comma 1 c.p.p.; tale costituzione che adempie un onere, non un obbligo, in quanto realizza un interesse ad intervenire sulla pretesa avanzata dalla parte civile, si pone come necessario presupposto per la valida presenza del responsabile civile in sede processuale e per la sua qualificazione come parte6.

Azione civile ed azione penale.

E’ evidente, quindi, che l’azione civile in ambito penale è un processo, esclusivamente, instaurato per impulso di parte. La facoltatività dell’azione civile in sede penale, insieme al divieto di contemporaneo esercizio dell’azione civile in sede penale ed in sede civile, ed alla possibilità di confluenza dell’azione civile in sede penale (traslatio judicii) o l’inverso esodo dell’azione civile dal processo penale (favor separationis), sono alcuni dei principi che regolano i rapporti tra l’azione civile e l’azione penale.

Ad essi si aggiunge la preminenza del processo penale rispetto all’azione civile, perché il primo, quando il fatto risulti configurabile nel contempo come illecito civile ed illecito penale, è ritenuto strumento maggiormente idoneo ad accertare la cd. verità materiale.

Tale preminente interesse all’azione penale, già indicato con più pronunce dalla Corte Costituzionale7, quale subordinazione della disciplina dell’azione civile alle esigenze di accertamento dei reati, è riconosciuto nel nostro ordinamento per effetto di una scelta legislativa definita non irrazionale, quale corollario dell’interesse pubblico a tale accertamento (principio, peraltro, implicitamente posto anche dall’art.193 c.p.p.).

Le disposizioni che regolano i rapporti tra giudizio civile e giudizio penale hanno come principale fine quello di dar attuazione al principio, peraltro discutibile e spesso derogato, dell’unità della funzione giurisdizionale. Ed in ordine ai rapporti tra processo penale e processo civile, di grande importanza è il problema della efficacia della sentenza penale irrevocabile nel giudizio civile o amministrativo di danno.

L’art.651 c.p.p., disciplinante l’efficacia della sentenza penale di condanna nel giudizio civile o amministrativo di danno, ha stabilito che la sentenza penale di condanna, emessa a seguito di dibattimento, divenuta irrevocabile, “ha efficacia di giudicato quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato che lo ha commesso, nel giudizio civile o amministrativo per le restituzioni e il risarcimento del danno promosso nei confronti del condannato e del responsabile civile che sia stato citato o sia intervenuto nel processo penale”. Ha stessa efficacia la sentenza irrevocabile di condanna, pronunciata ai sensi dell’art.442 c.p.p., se il giudizio si è svolto con il rito alternativo abbreviato qualora, però, la parte civile non si sia opposta alla celebrazione del particolare rito. Stessa efficacia, invece, non è riconosciuta al decreto penale di condanna.

Analoga efficacia è riconosciuta alla sentenza penale di assoluzione, art.652 c.p.p.. L’efficacia vincolante di tale pronuncia è stata riconosciuta unicamente nei confronti del danneggiato dal reato, che si sia posto in condizione di esercitare nel processo penale il diritto di difesa, escludendo l’ipotesi, prevista dall’art.75 comma 2 c.p.p., per cui l’azione civile proposta davanti al giudice civile prosegue in sede civile se non è trasferita nel processo penale o è stata iniziata quando non è più ammessa la costituzione di parte civile.

Pertanto, la sentenza penale di assoluzione ha efficacia di giudicato nel processo civile, solo se l’azione civile è stata proposta quando nel processo penale sia già stata pronunciata sentenza di primo grado, oppure quando vi è stato il trasferimento dell’azione risarcitoria dalla sede penale alla sede civile. Al contrario, quindi, la sentenza penale di assoluzione non ha efficacia di giudicato se l’azione civile è stata esercitata la prima volta davanti al giudice civile e prima della sentenza penale di primo grado senza essere trasferita nel processo penale.

La ratio di tale disciplina è quella di impedire che il danneggiato dal reato possa decidere in maniera strumentale il momento e la sede più opportuni per l’esercizio dell’azione risarcitoria. Il danneggiato potrebbe, infatti, anche essendo nella condizione di costituirsi parte civile, avere interesse ad attendere l’esito del processo penale, costituito dalla sentenza di primo grado, come parte offesa, per poi costituirsi parte civile evitando eventuali pregiudizi dal predetto esito; od, anche, costituitosi parte civile nel processo penale potrebbe trasferire l’azione risarcitoria davanti al giudice civile laddove in sede penale tutto lasciasse prevedere la pronuncia di una sentenza assolutoria. Tali manovre sono escluse dalla disciplina dettata nell’art.75 c.p.p.

Inoltre, non tutte le sentenze assolutorie penali producono efficacia nel giudizio civile; infatti, la normativa vigente subordina l’efficacia vincolante della sentenza di assoluzione all’accertamento della non sussistenza del fatto o della non commissione del fatto da parte dell’imputato e, quindi, all’esistenza di una prova negativa con esclusione della mancanza o della insufficienza di prove. Ecco che appare indispensabile risalire alla motivazione della sentenza per stabilire se le risultanze probatorie abbiano effettivamente accertato l’innocenza dell’imputato oppure se la formula assolutoria consegua alla mancanza, insufficienza o contraddittorietà della prova.

Saltando l’analisi dell’art.653 c.p.p., che disciplina l’efficacia della sentenza penale di assoluzione nel giudizio disciplinare, rimane, in ultimo, l’art.654 c.p.p. In esso è previsto che il riconoscimento della pronuncia del giudice penale, di assoluzione o di condanna, sia soltanto con riferimento alle persone che abbiano partecipato o siano state messe in condizione di partecipare al processo penale, in sintonia con quanto previsto dall’art.24 comma 2 Cost., per fatti materiali il cui accertamento interessa la lesione di un interesse legittimo o di un diritto soggettivo.

Conclusioni e scelte strategiche.

La pronuncia della Corte costituzionale non dirime taluni dubbi fondanti, direttamente o meno, la stessa richiesta di pronuncia. Le questioni sulla legittimità costituzionale degli artt. 197 e 497 c.p.p., più volte proposte all’organo costituzionale e, pertanto, giustificanti l’odierna formula del “manifestatamente infondata”, saranno in futuro certo terreno di nuovo scontro o motivo per un ulteriore chiarimento da parte di coloro che operano nel diritto.

Il Supremo Giudice costituzionale, con la sua pronuncia, ha inteso, più o meno indirettamente, sottolineare e celebrare il ruolo terzo del magistrato giudicante, con l’indicazione che il giudice del giudizio ha l’onere di sottoporre a riscontro di credibilità, soggettiva ed oggettiva, la deposizione testimoniale resa dalla persona offesa costituita parte civile, e che il suo convincimento, espresso in sentenza, su tale prova deve essere sorretto da adeguata e coerente motivazione, come indicato dall’attuale orientamento giurisprudenziale.

Tali indicazioni interpretative non possono che lasciare perplessi coloro che, operando nel diritto ed in particolare gli avvocati, lamentano un ruolo non proprio terzo del giudicante, in particolar modo se monocratico.

Infatti, l’attuale bagarre tra l’avvocatura da un lato e la magistratura dall’altro, sulla proposta di divisione delle carriere tra magistratura giudicante ed inquirente, ha uno dei suoi motivi fondanti proprio in quello che sia poco garantita l’imparzialità del giudice monocefalo. Non sono poche le dichiarazioni espresse, anche in convegni organizzate dalle Camere Penali, nelle quali si è indicata la preoccupazione di una disattenzione, dettata per taluni dalla vicinanza del giudicante con l’inquirente, del giudice unico nelle proprie pronunce sul giudizio. Ed ancora maggiore perplessità muove l’indicazione della Corte costituzionale che richiede al giudice una ulteriore attenzione nella motivazione sulla credibilità, oggettiva e soggettiva, della sola prova testimoniale assunta dalla costituita parte civile.

A tal questioni si affiancano quelle direttamente fondanti il ricorso, anch’esse in parte disattese, inerenti l’attuale diverso e non equo ruolo delle parti processuali che, nell’esercizio di pretese civilistiche in ambito penale, dovrebbero, in richiamo ai meccanismi pocessual-civilistici, essere invece esattamente speculari.

Par logico che la Corte costituzionale, in coerenza con il proprio ruolo istituzionale, non possa far proprie le preoccupazioni dell’avvocatura che, peraltro, rimangono inascoltate e che, sicuramente, saranno espresse in altre richieste di pronunce sulla legittimità costituzionale degli articoli in esame.

Pertanto, l’ordinanza n.82 del 2004 non può, oggi, che suggerire a coloro che operano nella difesa processuale, alcune strategie utili, ma spesso poco efficaci, per controbattere l’azione accusatoria supportata dalle pretese risarcitorie della parte civile.

Il responsabile civile, infatti, deve attentamente valutare se essere parte o meno del processo penale che lo vede convenuto nell’azione di risarcimento del danno.

Se nel giudizio, unico testimone dell’accusa è la parte civile, il responsabile civile dovrà attentamente vagliare se costituirsi, divenendo anch’egli parte nel processo, o non costituirsi rimanendo estraneo all’azione penale. Nel primo caso, costituendosi, opererà la preclusione di cui all’art.197 lett.c c.p.p. e, pertanto, non potrà testimoniare. Avrà, però, la possibilità, nei termini di cui all’art.85 comma 1 c.p.p., di presentare proprie liste dei testimoni, periti o consulenti di parte. Tale scelta deve essere superata dal concreto interesse del responsabile civile ad interloquire nel processo penale.

Se, invece, il responsabile civile riterrà di poter meglio realizzare la propria azione difensiva nel processo con il proprio eventuale esame testimoniale, richiesto ad esempio, per un comune interesse, dall’imputato, non si costituirà parte civile, evitando la preclusione di cui all’art.197 lett.c c.p.p.8

Ricordiamo che oltre che su istanza di parte civile, o del pubblico ministero che abbia promosso azione riparatoria nell’interesse del soggetto incapace, il responsabile civile può trovare ingresso nel processo penale anche attraverso un intervento volontario, art.85 c.p.p.

Anche in questo caso, dovrà vagliare se intervenire, costituendosi, con lo scopo di contrastare l’affermazione di responsabilità dell’imputato alla quale, ovviamente, sono legate le proprie sorti (nel qual caso si configura una specie di intervento ad adiuvandum rispetto alla posizione dell’imputato stesso); od anche con lo scopo di prevenire possibili manovre collusive, tra imputato e parte civile, ai propri danni; sia, infine, con lo scopo di escludere la responsabilità propria.9

1 La Cort. cost. 14 dicembre1992 sent. n. 477, ha dichiarato infondata la questione relativa all’art.197 lett. c), nella parte in cui prevede l’incompatibilità con l’ufficio di testimone solo per colui che abbia formalmente assunto la qualità di responsabile civile nel processo penale, e non anche per colui che, nel successivo giudizio civile, possa essere ritenuto tale senza aver già fatto ingresso nel processo penale, in quanto soggetti in posizione diversa e non comparabile.

2 Art. 2043 c.c.

3 Cass., Sez. Un., 22 luglio 1999, n.500, Com. Fiesole c/o Vitali, ha ritenuto configurabile il diritto al risarcimento dei danni ingiusti provocati da atti illegittimi della P.A., se relativi a posizioni di interesse legittimo, anche a prescindere dall’eventuale annullamento dell’atto amministrativo. La giurisdizione in materia spetta alla A.G.O..

4 Si ritiene opportuno, anche se superfluo, sottolineare che non sempre il danneggiato del reato coincide con la persona offesa dal reato. Infatti, con persona offesa dal reato si intende colui che è titolare del bene giuridico protetto dalla norma penale; il danneggiato, invece, è colui che dalla commissione del fatto reato ha subito il danno. Esempio di scuola è quello del reato di omicidio, nel quale la persona offesa è il deceduto; persona danneggiata sono i prossimi congiunti.

5 Tra le persone responsabili civilmente per fatto altrui, ricordiamo:

  • i genitori ed i tutori per i danni causati dal fatto illecito dei minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela (art.2048 comma 2 c.c.);

  • i precettori e coloro che insegnano un mestiere o un arte per i danni cagionati dal fatto illecito degli allievi o apprendisti, nel tempo in cui si trovavano sotto la loro vigilanza (art.2048 comma 2 c.c.);

  • i padroni ed i committenti per i danni arrecati dal fatto illecito dei loro domestici e dei loro commessi, nell’esercizio delle incombenze cui sono adibiti (art. 2049 c.c.);

  • i proprietari e gli usufruttuari di veicoli per i danni prodotti dal conducente (art. 2054 comma3 c.c.).

6 D. Siracusano, Elementi di diritto processuale penale, Giuffrè, 2002, 197 ss.

7 Corte cost. 1971, sent. n.190 e Corte cost. 1973, sent. n.2.

8 Corte cost. 22 dicembre 1992, n. 477.

9 D. Siracusano, Elementi di diritto processuale penale, Giuffrè, 2002, 198.



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