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Patente a punti: sulla corretta applicazione dell’art. 180, 8° co., CdS
Articolo 22.03.2005 (Renato Amoroso)



Corretta applicazione dell’art. 180 – 8° comma del Codice della Strada

dott. Renato Amoroso
(Giudice di Pace in Monza)


Dopo la nota sentenza della Corte Costituzionale (24.01.2005 n.27) sull’art. 126 bis del Codice della Strada, il Ministero dell’Interno ha emanato la circolare 4.2.2005 (n.300/A/1/41236/109/16/1) a chiarimento degli effetti della detta decisione.

Al punto 2), lettere a), b) e c) di detta circolare si rappresentano alcune istruzioni di comportamento che richiedono alcune riflessioni.

Al punto a) il Ministero precisa che, nel caso assai frequente di mancata identificazione del conducente al momento del rilevamento dell’infrazione, è obbligatorio per l’organo procedente la richiesta al proprietario dell’indicazione dei dati identificativi del conducente al momento della violazione. Non può sussistere alcun dubbio sulla correttezza dell’obbligo di tale richiesta.

Al punto b) si precisano due ulteriori aspetti. Il primo consiste nell’obbligo di avviso al proprietario che, in caso di mancata risposta, si procederà ad applicare la sanzione di cui all’art. 180-8° comma del Codice della Strada. Il secondo punto, per deduzione implicita, rappresenta l’obbligo di procedere alla detta sanzione, nel caso di mancata comunicazione dei dati del conducente. Anche per dette precisazioni non sorgono osservazioni particolari.

Al punto c) la circolare espone l’obbligo di applicazione della sanzione di cui all’art. 180-8° anche nel caso in cui la risposta del proprietario non permetta l’identificazione del conducente. Questo è il punto che merita le maggiori riflessioni.

A seguito della contestazione non immediata di una violazione che comporti la decurtazione di punti della patente, si potranno verificare tre ipotesi di comportamento da parte del proprietario del veicolo:

  1. Il proprietario dell’auto non comunica i dati del conducente; in forza della sentenza della Corte non si procederà a decurtazione di punti ma si applicherà al proprietario la sanzione di cui all’art. 180-8° comma.

  2. Il proprietario comunica i dati del conducente: non si procederà ad applicazione di alcuna sanzione a carico del proprietario ma si aprirà una fase di contestazione ed accertamento a carico della persona indicata quale conducente. Resta la responsabilità personale del proprietario per eventuali false dichiarazioni.

  3. Il proprietario fornisce una risposta che non contiene elementi di identificazione del conducente. In caso di pura e semplice omissione dei dati, senza ulteriori precisazioni, si applicherà la sanzione dei cui all’art. 180-8° comma per i motivi di cui fra poco si dirà.

  4. Il proprietario risponde precisando di non poter fornire i dati del conducente e motiva tale omissione con la impossibilità di accertare i movimenti dell’auto all’epoca della violazione, o con altra argomentazione. E’ il caso più frequente che riguarda, soprattutto ma non solo, le cosiddette auto aziendali o comunque intestate a persone giuridiche.

Occorre porsi il quesito di quale sia il fondamento giuridico della norma di cui all’art. 180–8° comma che possa giustificare la sanzione. L’art. 126 bis, nell’ultima parte del punto 2), dispone a carico del proprietario un obbligo giuridico di comunicazione di dati e, successivamente, prevede la sanzione per l’omissione di detta comunicazione. Il rinvio alla sanzione prevista dall’art. 180-8° è un tipico rinvio per relationem e comporta che tale norma debba essere considerata per tutto quanto esplicitamente prevede. Detto articolo commina la sanzione a “chiunque senza giustificato motivo non ottempera…(omissis)”.

Il fondamento giuridico dell’art. 126 bis, come già ricordato dalla Corte costituzionale, risiede nella normativa generale della responsabilità soggettiva prevista dagli artt. 40 e 41 C.P., applicabili anche in tema di responsabilità civile o comunque personale (Cass.civ. 8 agosto 2000 n. 10414 – Cass. Sez. unite 11 settembre 2002 n. 30328). Il secondo comma dell’art. 40 C.P. dispone che “non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”. Anche il diritto civile, in ogni caso, conosce la responsabilità omissiva, quale violazione di uno specifico obbligo di fare.

Per quanto già esposto non vi può essere dubbio che siano esplicitamente previsti per il proprietario sia l’obbligo di comunicazione dei dati del conducente, sia la sanzione relativa alla violazione di detto obbligo. Che si tratti di un obbligo giuridico, non può esservi dubbio, posto che esiste una specifica norma al riguardo e che tale norma è frutto di un potere discrezionale del legislatore che non viola alcun principio costituzionale.

Resta da considerare l’inciso previsto dall’art. 180-8° comma, in ordine alla ipotesi di un giustificato motivo; si tratta di una esimente aperta, suscettibile di valutazione ponderata in rapporto al caso concreto. Il conflitto che si preannuncia riguarderà, da un lato, l’interesse pubblico alla repressione delle condotte illecite e la punizione dell’effettivo responsabile, mentre, dall’altro lato, si porrà la valutazione del fatto che, pur sussistendo l’obbligo del cittadino alla collaborazione con l’ente pubblico per il raggiungimento di scopi di interesse collettivo, “ad impossibilia nemo tenetur”.

Il primo quesito concerne l’individuazione del soggetto competente alla valutazione del giustificato motivo addotto per la omissione dei dati del conducente. Poiché il destinatario primo della comunicazione del proprietario è l’autorità procedente, quest’ultima è titolare in via istituzionale del potere di valutazione discrezionale della fondatezza o meno delle motivazioni addotte, anche sotto il profilo dell’esercizio nell’interesse pubblico del potere di autotutela. Qualora, quindi, la P.A. ritenesse, per propria valutazione, di non procedere ad applicazione alcuna di sanzione a carico del proprietario, a causa della sussistenza di un giustificato motivo, nessuna illegittimità sarebbe riscontrabile in una simile decisione. Ma l’ipotesi più probabile sarà quella dell’applicazione della sanzione, in forza dell’argomentazione contenuta alla lettera c) del punto 2) della circolare ministeriale predetta. In detto documento si pone l’accento in via esclusiva sull’effetto prodotto dalla omissione dei dati, sottolineando il pregiudizio dell’interesse pubblico a perseguire l’effettivo responsabile dell’illecito. Tuttavia in tanto può comminarsi una sanzione ad un soggetto in quanto sussista a carico di esso una responsabilità; non basta il solo effetto negativo dell’impunità del conducente per poter affermare che, con certezza inoppugnabile, sussista una responsabilità in capo al proprietario. E’ consolidato, sia in dottrina che in giurisprudenza, il convincimento della necessità di un accertamento rituale e puntuale del nesso di causalità fra condotta del soggetto ed evento negativo prodotto. Nella predetta circolare si vuole accreditare l’ipotesi di un automatismo fra insufficienza dei dati forniti dal proprietario ed obbligo della sanzione. Ma non è così semplice.

Nella fattispecie non si può evitare di verificare che fra il contenuto della risposta e l’evento negativo della mancata punizione del responsabile possa sussistere una esimente della responsabilità omissiva, prevista a carico del proprietario del veicolo. Tale compito, molto verosimilmente, sarà affidato al Giudice di Pace nel momento in cui il proprietario, avendo ricevuto la sanzione di cui all’art. 180-8° comma, proponga ricorso sostenendo di avere rappresentato un giustificato motivo di impossibilità di fornire i dati del conducente.

E’ lecito chiedersi a quali riscontri oggettivi potrà fare riferimento il Giudice, posto che le giustificazioni meramente soggettive non potranno costituire una esimente giuridicamente valida.

E’ appena il caso di ricordare che l’esenzione da responsabilità, pur in presenza di un illecito certo, costituisce un fatto eccezionale e che, pertanto, l’ipotesi dovrà essere esaminata con particolare prudenza e rigore. Il Giudice dovrà fare riferimento, per quanto possibile, a riscontri oggettivi certi.

In primo luogo, trattandosi di violazioni accertate senza contestazione immediata, la notifica del relativo verbale deve essere effettuata entro 150 giorni; si verificherà, pertanto, il caso costante di un certo lasso di tempo fra la violazione e la sua contestazione. Il fatto è tutt’altro che trascurabile, poiché è certamente oggettiva la difficoltà di ricostruire con esattezza i propri movimenti a distanza di alcuni mesi. E’ altrettanto fondata l’osservazione che ciò può costituire una lesione certa del diritto di difesa, poiché qualunque testimonianza di terzi, eventualmente acquisita a distanza di diversi mesi, sarebbe giustamente esaminata con molta diffidenza da qualsiasi giudicante. Resta quindi aperta la valutazione della possibilità o meno per il proprietario dell'auto di acquisire certezze in linea di fatto in ordine ad una ipotesi di violazione notificata a distanza di alcuni mesi. Per una ipotesi di passaggio con luce semaforica rossa, infatti, non si vede con quale mezzo di memorizzazione l’individuo possa conservare tracce sicure del proprio transito regolare o meno, in totale assenza di contestazione immediata e di qualunque segnale sonoro in occasione dell’illecito. La giustificazione di non poter fornire i dati del conducente in considerazione del tempo trascorso resta, quindi, tutta da valutare nel caso concreto.

Per talune categorie lavorative esiste un’agenda di appuntamenti e di movimenti che può fornire un riscontro, ma si tratta pur sempre di dati soggettivi ed autogestiti, per i quali non sussiste un obbligo di legge di tenuta e conservazione secondo criteri prestabiliti.

In secondo luogo si può ricorrere all’esame delle caratteristiche del soggetto proprietario, in caso di auto aziendale; una ditta formata da sole due persone (magari marito e moglie con quest’ultima senza patente e casalinga) potrà dare poche possibilità di un giustificato motivo a sostegno della impossibilità di accertare chi fosse alla guida al momento della violazione. Una società composta da molti dipendenti e con una organizzazione di movimentazione auto variabile di giorno in giorno appare più attendibile. Gli elementi di prova in fatto, tuttavia, devono essere forniti dal soggetto che invoca l’esimente e la loro insufficienza ricadrà a danno esclusivo del proprietario.

Infine si può fare ricorso al genere di attività del proprietario ed all’esame delle persone che possono avere avuto l’uso dell’auto, per motivi personali, familiari o aziendali. Anche quest’ultimo costituisce un esame in fatto e in forza di indizi, positivi o negativi, forniti dal proprietario stesso.

Sarebbe auspicabile un intervento chiarificatore, che non può essere affidato ad uno strumento amministrativo, quale la circolare ministeriale. Né ci si può attendere alcunchè di buono da altri interventi legislativi, se saranno informati allo stesso tenore di quelli fin qui operati in materia. Molto potranno fare le decisioni dei Giudici di merito che, tuttavia, saranno sempre ancorate alle caratteristiche peculiari del caso concreto.


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