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Cassazione civile , SS.UU., sentenza 20.04.2005 n° 8202



Suprema Corte di Cassazione

Sezioni unite civili

Sentenza 3 marzo-20 aprile 2005, n. 8202


(Presidente Carbone – relatore Vidiri)

Svolgimento del processo

Con ricorso depositato in data 29 aprile 1993 Eleonora F., Francesco S. e Francesca S., tutti nella qualità di credi di Rocco S., adivano il Pretore di Palmi, in funzione di giudice del lavoro, esponendo che il loro dante causa Rocco S., deceduto In data 11 settembre 1992, era affetto da patologie gravi che ne avevano menomato la capacità di muoverai autonomamente e di attendere alle proprie ordinaria e personali necessità quotidiane. Chiedevano, quindi, che fosse riconosciuto giudizialmente lo stato di invalidità assoluta del loro dante causa ed il diritto all’indennità di accompagnamento, e che il ministero dell’Interno fosse condannato al pagamento dei relativi ratei.

Il Pretore rigettava la domanda ed il Tribunale di Reggio Calabria, con sentenza del 5 gennaio 2002, conformava la prima decisione. Nel pervenire a tale conclusione il Tribunale escludeva, sulla base del disposto dell’articolo 437 Cpc, che si potesse tenere conto dei nuovi documenti (non indicati nell’atto di appello) prodotti nel corso del gravame, e sul quali il consulente tecnico d’ufficio nominato in quel grado del giudizio aveva fondato, in via esclusiva, il suo parere positivo sulla sussistenza del requisito sanitario richiesto per il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento. A sostegno della sua decisione il giudice d’appello osservava che i documenti in oggetto erano stati depositati solo dopo l’inizio delle operazioni, violandosi così il precetto che limita la possibilitá di acquisire documenti in appello solo al momento della proposizione del gravame. Precetto che nel caso di specie risultava applicabile trattandosi non di documenti sopravvenuti ma invece di documenti di data anteriore al primo grado di giudizio.

Avverso tale sentenza Eleonora F., Francesco S. e Francesca S., nelle suddetta qualità, propongono ricorso per cassazione, affidato ad un unico articolato motivo.

Resiste con controricorso il ministero dell’Interno.

A seguito di ordinanza del 22 luglio 2003 della Sezione lavoro il primo Presidente ha disposto che, al sensi dell’articolo 374 Cpc, le Su si pronunzino in ordine all’ammissibilità nelle controversie di lavoro della produzione di nuovi documenti In appello, per essere la questione stata oggetto di contrasto all’interno della stessa Sezione lavoro.

Motivi della decisione

1. Con l’unico motivo di ricorso gli eredi di Rocco S. denunziano violazione di legge e mancata o insufficiente motivazione sui punti decisivi della controversia (articolo 1 legge 18/1980 e successive modificazioni; articolo 360 nn. 3 e 5 Cpc). In particolare denunziano che il giudice di appello ha disatteso con la sua decisione la giurisprudenza della Corte di cassazione, che ha ripetutamente affermato che nel rito del lavoro i documenti, quali prove precostituito, ancorchè non indicati nel ricorso possono essere prodotti fino all’udienza di discussione, anche in appello, senza incorrere nelle preclusioni di cui agli articoli 414, 416 e 437 Cpc; norme quest’ultime applicabili alle sole prove costituendo.

2. Ragioni di ordine argomentativo rendono opportuno alcune preliminari considerazioni sulla problematica oggetto dell’esame di queste Su.

2.1. Come evidenziato nella già indicata ordinanza del 22 luglio 2003, dopo la sentenza delle Su 9199/90 - secondo la quale la produzione dei documenti, pur sottraendosi al divieto sancito dall’articolo 437 Cpc, esige a pena di decadenza che essi siano indicati specificamente nel ricorso dell’appellante o nella memoria dell’appellato e vengano depositati contestualmente a tali atti(salvo che 91 tratti di documenti sopravvenuti o la cui produzione sia giustificata dello sviluppo della vicenda processuale) – sono intervenute numerose pronunzie che hanno confermato quanto statuito della ricordate decisione, anche in ordine alla modalità ed al limiti della produzione (cfr. ex plurimis: Cassazione, 10128/04, con riferimento alle controversie in materia di locazione, cui è applicabile il rito del lavoro, cui adde, Cassazione 7845/03; Cassazione 15197/00; Cassazione 10335/00; Cassazione 7948/00; Cassazione 5596/00; Cassazione 14690/99; Cassazione, 9724/94, ed, ancora, Cassazione, 11323/92, che ha però escluso la regola della necessaria indicazione dei documenti nuovi nell’atto IntroduttIvo del giudizio di appello con riferimento alle controversie in tema di invalidità pensionabile, ove la documentazione medica riguardi aggravamenti o infermità certificati in epoca posteriore al deposito del ricorso d’appello).

Altre decisioni, invero, nel confermare la non operatività del divieto di cui all’articolo 437, comma 2,Cpc in relazione alle prove costituito, hanno mostrato maggiore flessibilità nel dare ingresso alla produzione dei

documenti, statuendo che detta produzione, anche se i documenti non siano indicati in ricorso, possa avvenire fino alla udienza di discussione anche in appello(Cassazione, 4048/03; Cassazione 917/00 nonchè, con riferimento al documenti sopravvenuti nel corso del giudizio d’appello, e, pertanto, inevitabilmente non indicati nel ricorso, Cassazione, 10944/90; Cassazione, 3640/98).

Uno scrutinio delle indicate pronunzie ne evidenzia il dato comune nell’assunto, condiviso anche da una parte della dottrina, che il divieto sancito dall’articolo 437, comma 2, Cpc - di ammissione in grado di appello nella controversie soggetto al rito del lavoro di nuovi mezzi di prova (salvo che il collegio li ritenga indispensabili al fini della decisione) - si riferisca soltanto alle prove costituendo, per la quali è previsto in generale un giudizio di ammissibilità ed un procedimento di assunzione (cui fa riferimento in particolare lo stesso articolo 437, comma 3, Cpc) e non riguarda invece la produzione di documenti, la cui acquisizione, tra l’altro, non contrasta con le esigenza di concentrazione e di immediatezza caratterizzanti il processo del lavoro.

2.2. Si è andato nel tempo, però, formando un indirizzo restrittivo, fondato sul principio che il potere del giudica d’appello di ammettere nuovi documenti trova un limite nel carattere veramente “nuovo” che la documentazione offerta in sede di impugnazione devo avere, sicchè il documento che poteva essere indicato ex articolo 414 n. 5 Cpc nel ricorso introduttivo del giudizio di primo grado non può più essere prodotto in appello(cfr. Cassazione, 7233/94). E sempre nell’ambito di più restrittivi orientamenti, in alcuni pronunziati è stato, poi, affermato che nel rito del lavoro è inammissibile la produzione dei documenti sui quali il giudice di primo grado abbia già emesso una pronunzia di inammissibilità, con contestuale dichiarazione di decadenza della parte stessa dalla facoltà di produrli, osservandosi al riguardo che la produzione di tali documenti vanificherebbe la sanzione di decadenza già pronunziata (cfr. Cassazione, 3380/03; Cassazione, 6342/00; Cassazione, 4013/92). Nello stesso ordine di idee si è poi rimarcato che il principio per cui il giudice può rilevare di ufficio le eccezioni in senso lato o improprio, non comporta di per sè che, nel rito speciale del lavoro, la parte possa produrre in grado di appello documenti a sostegno di una di dette eccezioni quando non siano stati formati successivamente all’introduzione del giudizio di primo grado, ed in quel giudizio sia stata pronunciata la decadenza della parte dalla produzione tardivamente effettuata (Cassazione, 7907/98).

2.3. Si ascrive all’indirizzo volto a rendere rigoroso il sistema delle preclusioni, con riferimento alla produzione dei documenti, l’affermazione dei giudici di legittimità che la possibilità per la parte di produrre, tardivamente nel giudizio di primo grado, prova documentali presuppone ex articolo 420, comma 5, Cpc che si tratti di documenti sopravvenuti nella disponibilità delle parti stesso ed in ogni caso che si tratti (in coerenza con il disposto dell’articolo 416 n. 3 Cpc) di documenti e sostegno di eccezioni o posizioni difensive tempestivamente dedotte risultando "fuorviante invocare la nota ripartizione tra prove costituite e prove costituende” al fine di superare le preclusioni rigidamente indicate dalla citata norma dei codice di rito(cfr. in tali sensi: Cassazione, 14110/02).

2.4. Nel quadro globale dei precedenti giurisprudenziali sulla problematica in esame, sicuramente espressione dell’indirizzo più rigoroso è una recente pronunzia della Sezione lavoro di questa Corte che, dopo avere sottoposto a revisione critica tutti gli elementi su cui al basa il contrario orientamento, esclude, sulla base di ragioni ala testuali che logico-sistematiche, la possibilità di differenziare al fini preclusivi prove costituito e prove costituendo, da ciò facendo scaturire l’inclusione dei documenti nei “nuovi mezzi di prova”, indicati nell’articolo 437, comma 2, Cpc, con conseguente applicabilità anche per la produzione documentale della disciplina limitativa delle prove in appello, dettata dalla summenzionata disposizione di rito. Nel delineato assetto ricostruttivo della operatività nel rito del lavoro delle preclusioni, il limito alla producibilità dei nuovi documenti finisce cosi per non operare solo per: i documenti preesistenti, la produzione dei quali sia giustificata dallo sviluppo assunto dal processo(articolo 420, comma 5 e 7, Cpc); i documenti destinati a provare un fatto di cui, con ragionevole attendibilità, non è prospettabile una particolare contestazione; i documenti costituiti, pur dopo il ricorso introduttivo della lite, avanti ad oggetto l’accertamento delle condizioni di salute dell’assicurato, che possono essere esibiti nel corso del giudizio ed anche in grado d’appello in ragione del disposto dell’articolo 149 disp. att. Cpc (che nelle controversie previdenziali in materia di invalidità dà rilievo all’aggravamento della malattia, nonchè a tutte le infermità comunque incidenti sul complesso invalidante che si siano verificate tento nel corso del processo amministrativo che di quello giudiziario) (cfr. Cassazione, 775/03).

3. L’indirizzo da ultimo indicato, che ha indotto la dottrina a rivisitare approdi in buona misura sedimentati ed a sollecitare un intervento di queste Su volto a eliminare - nell’esercizio dei suoi poteri nomofilattici - il denunziato contrasto, impongono alcuno considerazioni sulla specialità del processo del lavoro al fine di accertare se ed in quali limiti detta specialità si rifletta sulla soluzione della problematica in esame.

4.Queste Su in relazione all’onere “di prendere posizione, in materia precisa e non limitata ad una generica contestazione, circa i fatti affermati dall’attore a fondamento della domanda”, previsto dall’articolo 416, ultimo comma, prima parte Cpc, hanno statuito che il combinato disposto di quest’ultima disposizione e dell’articolo 167, comma 1. Cpc fa “della non contestazione un comportamento univocamente rilevante al fini della determinazione dell’oggetto del giudizio, con effetti vincolanti per il giudice, che dovrà astenersi da qualsivoglia controllo probatorio del fatto non contestato e dovrà ritenerlo sussistente, proprio per la ragione che l’atteggiamento difensivo delle parti, valutato alla stregua dell’esposta regola di condotta processuale, espunge il fatto stesso dall’ambito degli accertamenti richiesti”; su tale premessa hanno poi precisato che nel nostro sistema il principio della "non contestazione” viene ad accreditarsi di tendenziale irreversibilità (dovendosi fare salvi i casi di contestazione rimessi ad atti successivi a quelli introduttivi del giudizio) “In piena coerenza con la struttura del processo che, nel rito del lavoro, è finalizzata a far si che all’udienza di discussione la causa giunga delineata in modo compiuto, quanto ad oggetto ed ad esigenze istruttorie, secondo un modello non estraneo, ormai, come nota autorevole dottrine, neanche al rito ordinario, improntato, dopo la riforma del 1990, a finalità di chiarezza e semplificazione rese palesi dal concatenamento fra la fase diretta alla chiarificazione della posizione delle parti e la fase della formulazione delle richieste istruttorie” (cfr. in tali sensi Cassazione, Su, 761/02, cui adde successivamente, Cassazione 1562/03; Cassazione 535/03).

4.1.Gli enunciati principi, che si pongono in linea con il rigoroso sistema delle preclusioni dettato dal legislatore del 1973 (che ha disegnato un coerente sistema ispirato ai principi di concentrazione, immediatezza ed oralità, propugnati da autorevole dottrina processualistica) e che si presentano come passeggio obbligato per una effettiva funzionalità dell’intero sistema incentrato sulle preclusioni e sulle decadenze di cui agli articoli 414 Cpc e 416 Cpc(sistema che trova piena legittimazione costituzionale nel carattere paritario della disciplina difensiva dell’attore e del convenuto, giusta quanto evidenziato da Corte costituzionale 13/1977), sono stati ribaditi di recente da altra pronunzia delle Su, che ha messo in evidenza come il principio della non contestazione del “fatto costitutivo del diritto” sia funzionalizzato alla predisposizione dell’udienza di discussione, in cui si completa quello che è stato definito “Il quadro complessivo” della materia in giudizio,in relazione al quale è possibile condurre le necessarie indagini istruttorie onde pervenire alla decisione con celerità (anche, cioè,nella stessa udienza, definita alla stregua di quanto disposto dall’articolo 420 Cpc.”tendenzialmente unica”)(cfr. al riguardo Cassazione, Su, 11353/04). In tale contesto ricostruttivo i giudici di legittimità hanno anche sottolineato – con argomentazioni in verità capaci di assumere portata generale a seguito della novella 353/90 (o delle modifiche conseguenti alla legge 534/95) e di certo improntate anche ad una ineludibile tutela della certezza, celerità ed economia dei giudizi- come nel rito del lavoro si riscontri tra oneri dì allegazione, oneri di contestazione ed oneri di prova una indubbia circolarità, con reciproco condizionamento, come è attestato dall’evidenziata impossibilità di richiedere la prova oltre i termini preclusivi stabiliti dal codice di rito su fatti non allegati nonché su circostanze che, pur configurandosi come presupposti del diritto azionati, non siano stati esplicitati in modo specifico nel ricorso introduttivo del giudizio(cfr. Cassazione,Su,11353/04,cit.). Circolarità questa che, seppure con distinte modalità espressive, viene riconosciuta in dottrina allorquando si sottolinea, al fine di un dinamico ma nello stesso tempo razionale svolgimento del processo, la necessaria correlazione che lega l’attività di deduzione delle prove (attività istruttoria) all’attività di introduzione dei relativi fatti da provare (attività assertiva).

4.2. Gli enunciati principi segnano i confini entro i quali dove trovare composizione il contrasto in esame, in ragione del rispetto della invocata funzione nomofillattica di questa Corte, che verrebbe a subire un grave vulnus se a fronte ai suddetti principi si finissero per introdurre incoerenze sistematiche, sicuramente riscontrabili in una ricostruzione della dinamica processuale che, a fronte di una estrema rigorosità nella determinazione dei tempi di indicazione (precisazione o modificazione) degli elementi (di fatto e di diritto) posti a base della domanda, e delle eccezioni (processuali e di merito) della controparte (cfr. articoli 414 n. 4 e 416 per il rito del lavoro; ad articoli 163 n. 4, 166, 183 e 184 per il rito ordinario), si finissero poi per avallare opzioni ermeneutiche volte - senza un sicuro approdo a chiari precetti normativi - ad affrancare le produzioni documentali da preclusioni operative per tutte le restanti prove.

4.3. Ai fini decisori va da ultimo rimarcato che -pur non potendosi di certo attraverso il sistema delle preclusioni ledere il diritto di difese della parti e la ricerca della verità materiale- la garanzia della “ragionevole durata del processo” (riconosciuta come diritto dall’articolo 6 della Convenzione europea ed ora espressamente sancita dall’articolo 111, comma 2, Costituzione), debba fungere come parametro di costituzionalitá delle norme processuali per essere oggetto “oltre che di un interesse collettivo, di un diritto di tutte le parti, costituzionalmente tutelate non meno di quello di un giudizio equo ed imparziale”(così da ultimo Corte costituzionale 79/2002), con la conseguenza che l’opera ermeneutica del dato normativo deve accompagnarsi - come è stato osservato da quanti si sono confrontati proprio con le problematiche in questa sede esaminate- alla consapevolezza che i termini acceleratori e le preclusioni volte ad impedire l’ingresso nel processo di un fatto e/o di una prova sono funzionalizzati proprio e tutelare il suddetto principio della “ragionevole durata” e quello, ad esso correlato, dell’“economicità” del giudizio.

5. E’ generalizzata in dottrina ad in giurisprudenza la distinzione delle prove in prove costituite e prove costituende, per caratterizzarsi, le prime (come le prove documentali) per la loro formazione al di fuori del processo (e, di solito, prima di esso) e per l’acquisizione nel processo attraverso un mero atto di esibizione, e le seconde (come le prove orali: prove testimoniali, confessione, giuramento, ecc.) per formarsi, di contro, nel processo, come risultato dell’attività istruttoria a seguito di una istanza di parte e di conseguenziale provvedimento di ammissione dei giudice.

5.1 Orbene,la diversa regolamentazione tra prove costituite e prove costituende – concretizzatesi nel riconoscimento di spazi più ampi (anche se indicati, nel variegato panorama dottrinario e giurisprudenziale, in termini non sempre coincidenti) di ingresso nel processo per le prime -viene fondata sostanzialmente su un duplice ordine di argomenti.

Il primo di carattere letterale fa lava sulla distinta menzione di “mezzi di prova” (articolo 343, comma 3, per il rito ordinario; articolo 420, commi 5 e 7, articolo 421, comma 2, articolo 437, comma 2, per il rito del lavoro). Identificati con le prove costituende, e del termine “documenti”(articolo 163 n. 3, articolo 167, comma 1, articolo 184 per il rito ordinario; articolo 414 n. 5, 416, comma 2, per il rito del lavoro), da identificarsi, invece, con le prova costituite. Il secondo dì carattere logico-sistematico viene ravvisato nella diversa ricaduta delle due differenti categorie di prove sulla durata del processo, per non necessitare le prove precostituite dì nessuna attività istruttoria capace dì ritardare l’esito della controversia.

5.2.- Le argomentazioni suddette, evocate ripetutamente in numerosi pronunziati (cfr. tra le tante: Cassazione, 10179/02; Cassazione, 15197/00, cit; Cassazione 1359/93; Cassazione, Su, 9199/90 cit., cui adde, in epoca più risalente, Cassazione 2654/78; Cassazione 2835/97;Cassazione 3503/76), sono state sottoposte di recente a revisione oltre che dal ricordati pronunziati anche dalla dottrina che, con voce quasi unanime, ha ritenuto che la produzione documentale viva delle stesse preclusioni previste per le prove costituende, con considerazioni che questa Corte ritiene di condividere.

5.3. La sottolineatura operata da più parti della distinzione codicistica tra “mezzi di prova” (i soli che sarebbero ammessi al vaglio dell’ammissibilità), e “documenti” (che sarebbero, invece, assoggettabili unicamente al giudizio di rilevanza), per inferirne in via argomentativa una diversa incidenza delle preclusioni - scaturenti dall’imposizione di termini perentori o decadenze sull’indagine istruttoria(con conseguente sottrazione della produzione documentale al dietum dell’articolo 345, comma 3, e 437, comma 2, Cpc), oltre a non tenere conto che, non certo di rado, lo stesso legislatore codicistico parla di “mezzi di prova” e di “ammissione” degli stessi anche con riferimento alla produzione documentale (cfr. articolo 698 Cpc sull’assunzione delle prove preventive, articolo 495, comma 3, Cpp che, regolando i provvedimenti del giudice in ordine alla prova, statuisce espressamente: “Prima che il giudice provveda sulla domanda, le parti hanno facoltà di esaminare i documenti di cui è chiesta l’ammissione”)non assegna, per di più, il dovuto valore all’opinione di chi, autorevolmente, nell’ambito della dottrina processuallistica, ha rimarcato come anche la prova documentale sia un “mezzo di prova”, perchè tutte le prove sono “mezzi”, cioè strumenti per asseverare quanto assunto dalle parti nei loro atti difensivi, perchè in senso tecnico l’espressione “mezzi di prova” sta, appunto,ad indicare “le persone o le cose da cui si vogliono trarre elementi di conoscenza utili alla ricerca della verità”.

Ed in una medesima ottica si è affermato che i documenti configurano una specie, sia pure particolare, del genus “mezzi di prova”, evocandosi a sostegno di tale assunto il disposto dell’articolo 163 n. 5, sopravvissuto alle novelle del 1950 e del 1990, che (con formula analoga a quella degli articoli 414 n. 5, e 416, comma 3) prevede che l’atto dì citazione deve contenere “l’indicazione specifica dei mezzi di prova dei quali l’attore intende valersi ed in particolare dei documenti che offre in comunicazione”,, sicchè è lecito concludere che il legislatore ha adottato una nozione di “mezzi di prova” comprensiva dei documenti, i quali ne costituiscono, appunto, una species (“in particolare”).

Il dato letterale, cui è stato assegnato una pregnante portata contenutistica, viene così a trovare la sua ratio in ragioni che tale portata non giustificano per risalire unicamente al distacco temporale tra il momento della produzione di documenti e quello dell’ammissione, come è significativamente attestato dall’articolo 87 disp. att. Cpc che - in relazione ai documenti offerti in comunicazione dalle parti dopo la loro costituzione - dispone il deposito in cancelleria con la comunicazione del relativo elenco alle altre parti ex articolo 170, ult. comma, Cpc non certo per escludere un giudizio sulla loro ammissibilità (la cui richiesta è implicita nella stessa produzione), ma per consentire che anche su di cosa venga assicurato un effettivo contraddittorio.

Merita,dunque, pieno consenso l’assunto secondo cui la distinta menzione dei “documenti” (oggetto di produzione) e “mezzi di prova” (oggetto di richiesta di ammissione) (cfr. articoli 184 e 345, questo nel testo anteriore alla legge 581/50) ed il parallelismo con cui questi strumenti vengono disciplinati (parallelismo presente anche nell’articolo 416, comma 3, Cpc) sono di fatto determinati “dal particolare meccanismo che la richiesta di prova per documenti comporta la produzione dell’atto, come fatto che materialmente precede, e necessariamente implica e formalmente esprime, questa richiesta”(così: Cassazione 775/03 cit.).

5.4. Nè per andare in contrario avviso per legittimare un meno rigoroso impatto delle preclusioni sulla prova documentale vale richiamarsi alla esigenza di particolare celerità e di concentrazione (che con il nuovo rito il legislatore ha voluto soddisfare) per poi dedurne che dette esigenze non sarebbero messe in pericolo dalla produzione ed acquisizione di nuovi documenti in quanto prove già costituite. E’ opinione generale che la produzione di nuovi documenti, pur non richiedendo un procedimento di assunzione, può determinare un prolungamento della attività processuali. Ed invero, al di là del fatto che la produzione di un atto pubblico o di una scrittura private può determinare giudizi di per nè lunghi e complessi a seguito dei procedimenti per querela di falso o di istanza di verificazione, il richiamo alle esigenze di celerità sembra concretizzare soprattutto un intento meramente evocativo perchè, come è stato autorevolmente notato, ogni volta che consenta ad una parte una acquisizione nel processo di una nuova produzione documentale il giudice non può – in ossequio del diritto di difese e del principio del contraddittorio - negare alla controparte la possibilità di dedurre i mezzi di prova resisi necessari in relazione ai documenti prodotti, pur se comportanti l’espletamento di una attività istruttoria Incompatibile con quella esigenze di celerità o concentrazione del processo, che invece si vorrebbe non essere intaccati dalla tardiva produzione.

6. Quanto sinora esposto offre le coordinate nel rispetto delle quali deve procedersi per individuare - con una coerenza logica importante una indifferenziata soluzione per ogni tipo di prova - i termini processuali entro i quali è consentito nel rito dei lavoro l’ingresso ad istanza istruttorie e, pertanto, anche la produzione di documenti.

6.1. Ed invero, nell’indicato quadro ricostruttivo, il combinato disposto dell’articolo 416, comma 3 - che stabilisce tra l’altro che il convenuto deve, come si é già ricordato, indicare “a pena di decadenza”. i mezzi di prova dei quali intendo avvalersi, ed “in particolare modo i documenti che deve contestualmente depositare”(onere probatorio gravante anche sull’attore per il principio di reciprocità fissato dal giudice delle leggi con la decisione 13/1977; cfr. al riguardo Cassazione, Su, 11353/04, e fra la altre Cassazione 5526/02 cit.) e dell’articolo 437, comma 2 (proiezione e specificazione delle preclusioni già emergenti dall’articolo 416, comma 3, e 420, comma 5.e 7) - che a sua volta esclude l’ammissione di “nuovi mezzi di prova”(nei quali devono annoverarsi anche i documenti: cfr. al riguardo in tali sensi: Cassazione, 15716/00 induce a fissare il principio di diritto che “omessa indicazione, nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado, dei documenti e l’omesso deposito degli stessi contestualmente a tale atto, determinano la decadenza del diritto alla produzione dei documenti stessi, salvo che la produzione non sia giustificata dal tempo della loro formazione o dell’evolversi delle vicenda processuale successivamente al ricorso ed alla memoria di costituzione (ad esempio a seguito di riconvenzionale o di intervento o chiamata in causa del terzo)”.

6.2.Nel caso in esame il mancato rispetto dì termini perentori e decadenziali, intesi a regolamentare la dinamica processuale in funzione propulsiva, importa l’irreversibilità dell’estinzione del processuale diritto di produrre il documento con l’insuscettibilità dì una sua riviviscenza in un successivo grado di giudizio(così:Cassazione, 775/03, cit.).

Ed, infatti, l’inosservanza degli oneri correlati al rispetto dei suddetti termini, impedisce il verificarsi di “movimenti a ritroso”, perchè le preclusioni si presentano quali conseguenze, di regola definitive,dell’inadempimento di specifiche e ben individuate condotte, che operano sul versante processuale con gli stessi effetti.

Conclusione questa che trova decisivo avallo nella considerazione che si è in presenza di un fenomeno per il quale può attagliarsi - in ragione degli interessi coinvolti non disponibili dalle parti processuali (in relazione al quali si è parlato di “ordine pubblico processuale” - la definizione data dalla dottrina processualistica al termine perentorio, visto “come fatto giuridico strutturalmente autonomo caratterizzato da una propria efficacia di tipo estintivo”. Per di più non è suscettibile di alcuna riserva l’ulteriore rilievo, fatto proprio dalla stessa dottrina, che la decadenza produce la perdita, estinzione o consumazione di una facoltà processuale, con esiti di regola irreversibili, perchè il solo strumento tecnico idoneo a rimuovere detti esiti - la cd. restituzione o remissione in termini - è configurato nel nostro ordinamento se non in determinate ipotesi particolari.

7. Ragioni di completezza argomentativi impongono, infine, una riflessione sull’opinione di quanti patrocinano la non estensione alla produzione documentale della barriere temporali riguardanti gli altri <mezzi di prova>, mettendo in risalto come un sistema rigoroso di preclusioni possa ostacolare la ricerca della <verità materiale>, cui è doverosamente funzionalizzato il rito del lavoro, teso a garantire una tutela differenziata in ragione della natura dei diritti che nel giudizio devono trovare riconoscimento.

Ed invero, al di là del pur assorbente rilievo che proprio lo spessore a livello costituzionale dei suddetti diritti impone risposte giudiziarie improntate a celerità - come è attentato significativamente a livello normativo dall’introduzione di ordinanze anticipatorie ex articolo 423 Cpc cui fa riscontro nella pratica giudiziaria una innegabile incentivazione del procedimenti cautelari - va rimarcato come la preoccupazione di addivenire a soluzioni distanti dalla realtà fattuale, non sempre esternata (ma di certo costantemente sottesa all’opinione in esame), venga in buona misura ammortizzate dal1’attribuzione al giudice d’appello di incisivi poteri d’ufficio, in materia di ammissione di nuovi mezzi di prova ove essi siano “indispensabili al fini della decisione della causa” (articolo 437, comma 2, Cpc),con un opportuno contemperamento del principio, dispositivo con le esigenze di ricerca della verità materiale, <di guisa che, allorquando le risultanze di causa offrano significativi dati di indagine, il giudice, ove reputi insufficienti le prove già acquisite, non può limitarsi a fare meccanica applicazione della regola formale di giudizio fondata sull’onere della prova, ma ha il potere dovere di provvedere d’ufficio agli atti istruttori sollecitati da tale materiale ed idonei a superare l’incertezza del fatti costitutivi dei diritti in contestazione, indipendentemente dal verificarsi di preclusioni o decadenza in danno delle parti”(cfr. in tali sensi Cassazione, Su, 11353/04, Cassazione, Su 761/02 cit.).

7.1.A ben vedere proprio i poteri dì ufficio del giudice del lavoro - che non possono però essere esercitati con riferimento a fatti non allegati dalle parti e non emersi nel processo a seguito del contraddittorio delle parti stesse (cfr. Cassazione, Su, 11353/04 cit.) - segnano in modo accentuato la cd. “specialità” del rito del lavoro e portano, per altra via, ad evidenziare come si vogliano accreditare a livello normativo forme di tutela (processuale) differenziata delle situazioni soggettive, in ragione di un opportuno adattamento delle regole del rito alla concrete e molteplici situazioni sostanziali implicate nel giudizio, con il conseguenziale formarsi di ordinamenti processuali - come quello, appunto, introdotto dalla legge 533/73(in materia di controversie del lavoro) nonchè quello disegnato dal D.Lgs 546/92(in materia di controversie tributarie), ed ancora quello ora regolato dal D.Lgs 5/2003 (in materia di controversie di diritto societario) - che, seppure con qualche approssimazione, possono qualificarsi “settoriali”, e che trovano peculiari e specifici tratti distintivi - rispetto al processo ordinarlo ed anche tra loro - proprio per la diversa individuazione del punto di equilibrio tra le esigenze di celerità e quelle di accertamento della verità materiale.

8. Per concludere, il ricorso, alla stregua di quanto sinora detto, va rigettato perchè la sentenza impugnata - con il non dare ingresso alla prova documentale prodotta dagli eredi dell’assicurato stante la sua tardiva esibizione - è pervenuta a conclusioni conformi al diritto anche se con motivazione, che va corretta nei termini innanzi esplicitati nell’esercizio dei poteri attribuiti a queste Su ex articolo 384, comma 2,Cpc.

Nessuna statuizione può essere presa in relazione alle spese del presente giudizio di cassazione per la natura della controversia, non essendosi in presenza di una pretesa manifestamente infondata e temeraria (articolo 152 disp.att Cpc).


PQM

La Corte rigetta il ricorso. Nulla sulle spese.




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Processo del lavoro, documenti, produzione tardiva, rilevabilità d'ufficio (Cassazione civile , sez. lavoro, sentenza 26.02.2014 n° 4601 )

Dipendente pubblico, indennità di posizione, consulenza tecnica d'ufficio (Cassazione civile , sez. lavoro, sentenza 16.01.2014 n° 795 )

Lavoratore, più infrazioni, giudizio, prova, sanzione espulsiva, valutazione, giudice (Cassazione civile , sez. lavoro, sentenza 31.10.2013 n° 24574 )

Vaccinazione antipolio, malattia, indennizzo, giudice, poteri istruttori, CTU (Cassazione civile , sez. lavoro, sentenza 01.08.2013 n° 18410 )

Dirigente, licenziamento, riassetto organizzativo, giustificatezza, legittimità (Cassazione civile , sez. lavoro, sentenza 03.06.2013 n° 13918 )

Appello, eccezioni, eredità, accettazione, beneficio d'inventario, rilevabilità (Cassazione civile , SS.UU., ordinanza 07.05.2013 n° 10531 )

Lavoratore, malattia, assenza ingiustificata, licenziamento, legittimità (Cassazione civile , sez. lavoro, sentenza 01.03.2013 n° 5134 )

Appello, nuovi documenti, nuovi mezzi di prova, inammissibilità (Cassazione civile , sez. II, sentenza 21.01.2013 n° 1370 )

Inadempimento, risoluzione, non scarsa importanza, co.co.co, contratto (Cassazione civile , sez. lavoro, sentenza 18.04.2012 n° 6039 )

Lavoro, consulenza tecnica d'ufficio, natura, prove (Cassazione civile , sez. lavoro, sentenza 06.12.2011 n° 26151 )

Danno non patrimoniale, quantificazione, tabelle milanesi, limiti (Tribunale Roma, sez. XII civile, sentenza 18.10.2011 )

Contributi previdenziali, richieste istruttorie, decadenza, prova documentale (Cassazione civile , sez. lavoro, sentenza 18.05.2007 n° 11631 )

Processo civile e del lavoro: divieto di produrre in appello nuovi documenti (Cassazione civile , SS.UU., sentenza 20.04.2005 n° 8203 )


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Giunto alla XI edizione, il corso on-line diretto per Altalex da Paolo Franceschetti, è mirato all’acquisizione del metodo e delle conoscenze necessarie a superare l'Esame Avvocato e quest'anno si pres ...


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