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Condono edilizio 2003: opere sanabili su aree sottoposte a vincolo paesaggistico
Articolo di Gaetano Stea 02.06.2005



CONDONO EDILIZIO 2003

Le opere abusive sanabili su aree sottoposte a vincolo paesaggistico

di Gaetano Stea
(Avvocato in Lecce)

È indubbia la complessità della legislazione sul terzo condono edilizio, per cui, al fine di offrire un minimo contributo interpretativo, si è cercato di individuare alcuni elementi da offrire al dibattito sulle condizioni di applicabilità del sanatoria in questione, con la viva speranza di poter aver un riscontro dagli interessati alla questione.

Prima d’ogni altro, appare opportuno partire dal dato letterale dell’art.32 L. 326/2003 ed, in particolare, dal co.26, secondo cui sono suscettibili di sanatoria le tipologie di abuso da 1 a 3 dell’Allegato 1, sull’intero territorio nazionale, fermo restando la lettera e) del co. 27, nonché quelle dal 4 al 6 nell’ambito degli immobili soggetti ai vincoli di cui all’art.32 L. 47/1985. Ad ogni modo, gli abusi dal 4 al 6 su aree non soggette ai vincoli di cui all’art.32 L. 47/1985, sono suscettibili di sanatoria solo se previsto dalla legge regionale.

Sulla scorta del dato letterale, sarebbero sanabili, dunque, secondo un’interpretazione superficiale (e non condivisibile, come sarà dimostrato più avanti), le tipologie di abuso da 1 a 3, sull’intero territorio nazionale, ad eccezione di quelle insistenti su monumenti nazionali e beni culturali di particolare rilevanza, nonché su immobili soggetti ai vincoli di cui all’art.32 L. 47/1985.

Le tipologie di abuso da 4 a 6 sarebbero sanabili solo se insistenti su immobili soggetti a vincoli di cui all’art.32, salva la possibilità di sanatoria delle medesime opere insistenti su immobili non soggetti ai vincoli di cui all’art.32, se tanto previsto dalla legge regionale.

Ma tale lettura appare, evidentemente, paradossale, in quanto ammetterebbe a sanatoria gli abusi più gravi, purchè realizzati su immobili non soggetti ai vincoli a inedificabilità relativa e gli abusi minori solo se realizzati su immobili soggetti ai vincoli suddetti, con l’effetto che sarebbero esclusi gli abusi minori sugli immobili non soggetti ai vincoli.

È stato osservato, a tal proposito, che l’art.32 L. 47/1985, come modificato dall’art.32, co.43, L. 326/2003, dispone circa la generale sanabilità nelle aree vincolate, con il solo, ovvio, limite che vi sia l’assenso preventivo dell’Autorità preposta al alla tutela del vincolo, evidenziando, in particolare, che secondo la nuova formulazione dell’art.32 L. 47/1985 vi sono alcune tipologie di opere – quelle in violazione di altezza, distanza, cubatura e superficie coperta in misura non superiore al 2 per cento – che non richiedono nemmeno il parere preventivo dell’Autorità tutoria.

Trattasi, però, di opere che non rientrano necessariamente in quelle di cui ai numeri da 4 a 6 dell’Allegato 1, dato che possono consistere anche in nuove costruzioni o ristrutturazioni, purchè la loro incidenza si mantenga entro quella misura percentuale. Eppure esse sono sanabili senza parere preventivo purchè siano, appunto, di modesta entità.

La differenziazione tra tipologie di interventi edilizi sanabili, dunque, che parrebbe promanare dalla lett. a) del co.26, non regge nemmeno nelle aree vincolate perché l’art.32 L. 47/1985, che detta la disciplina generale sull’argomento, non la legittima e dispone, anzi, in senso diverso, consentendo la sanatoria di opere di qualsivoglia tipologia1.

Ma non basta.

L’interpretazione suddetta, di poi, non è accettabile, in quanto, non solo, contraria alla stessa finalità del condono edilizio, ma, inoltre, intrinsecamente, incoerente e non coordinabile con le ulteriori disposizioni ed, in particolare, con il co.27 dello stesso art.32 L. 326/2003, secondo cui, con riferimento agli interessi ambientali: “Fermo restando quanto previsto dagli artt.32 e 33 L. 47/1985, le opere abusive non sono comunque suscettibili di sanatoria qualora (…) siano state realizzate su immobili soggetti a vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela dei beni ambientali e paesistici, nonché dei parchi e aree protette nazionali, regionali e provinciali qualora istituiti prima dell’esecuzione delle dette opere, in assenza o in difformità del titolo abilitativo e non conformi alle norme urbanistiche ed alle prescrizioni degli strumenti urbanistici”.

Tale disposizione sconfessa la lettura suddetta del co.26, almeno con riferimento all’insanabilità delle opere da 1 a 3 su immobili soggetti ai vincoli di cui all’art.32 L. 47/1985, atteso che se tanto fosse stato vero, non si riesce a comprendere per quale motivo il Legislatore nazionale si senta in dovere di escludere dalla sanatoria delle opere che già aveva escluso, in linea generale, al comma precedente.

Tanto, dunque, dimostra che il co.26 deve essere interpretato in maniera diversa, nel senso che il Legislatore ha voluto suscettibili di sanatoria le tipologie da 1 a 3, sull’intero territorio nazionale, ad eccezione solo di quelle insistenti su monumenti nazionali e beni culturali di particolare rilevanza, nonché quelle da 4 a 6 realizzate su immobili sottoposti a vincolo a inedificabilità relativa, riservando alle Regioni la scelta se sottoporre a sanatoria le tipologie minori sulle aree non soggette ai vincoli di cui all’art.32 L. 47/1985.

La previsione in esame, dunque, determina l’intenzione del Legislatore nazionale di distinguere la competenza statale (riservata agli abusi maggiori), da quella regionale (prevista per i soli abusi minori realizzati su aree non soggette ai vincoli – cfr. co.26, lett. b), con l’effetto che l’indicazione degli abusi minori suscettibili di sanatoria nell’ambito delle zone vincolate ex art.32 L. 47/1985, di cui alla lett. a) del co.26, è stata necessaria al fine di attrarre alla competenza statale anche gli abusi minori di maggiore gravità (quelli in zone vincolate).

A tal proposito, non va trascurato, ai fini di una corretta interpretazione dell’art. 32, co.26, lett. a), quanto lamentato dalle Regioni innanzi alla Corte delle leggi, come indicato nella pronuncia suddetta ed, in particolare, al paragrafo 2, lettera e), la Corte, riassumendo il contenuto della legge in esame, afferma: “In definitiva, gli spazi nei quali sarebbe ammesso l’intervento regionale sarebbero: …e) consentire con proprie leggi la sanatoria degli abusi di minore gravità (restauro e risanamento conservativo, nonché la semplice manutenzione straordinaria), mentre per gli abusi più gravi non vi sarebbe alcun margine di scelta per le autonomie regionali”. Più avanti nella motivazione della pronuncia della Consulta, viene rilevato, ritagliando l’ambito concettuale degli abusi più gravi riservati dallo stesso Legislatore alla competenza statale (paragrafo 13): “…In particolare, viene dedotta anzitutto l’illegittimità costituzionale del comma 26, lettera b), nella parte in cui subordina alla legge regionale la sanabilità degli abusi minori in zone non vincolate, mentre sottrae alla legge regionale gli abusi maggiori e gli abusi minori in zone vincolate”.

Sulla scorta delle censure regionali al co.26, come sopra delineate, la Corte costituzionale con la sentenza 196/2004 ha dichiarato l’incostituzionalità del co.26, nella parte in cui non prevede che la legge regionale possa determinare la possibilità, le condizioni e le modalità per l’ammissibilità a sanatoria di tutte le tipologie di abuso edilizio di cui all’allegato 1.

Alla luce di tanto, non può considerarsi valida la lettura del co.26, lettera a), secondo cui gli abusi maggiori non sono suscettibili di sanatoria se realizzati nelle zone soggette ai vincoli di cui all’art.32 L. 47/1985, altrimenti, oltre alle osservazioni già svolte in merito al co.27, non avrebbe senso l’inciso contenuto nel detto co.26, secondo cui gli abusi più gravi sono suscettibili di sanatoria, nell’ambito dell’intero territorio nazionale.

In conclusione, per il Legislatore nazionale, sono suscettibili di sanatoria gli abusi più gravi, ad eccezione di quelli commessi su monumenti nazionali e beni culturali di notevole interesse, nonchè quelli minori di maggiore gravità, in quanto realizzati su immobili sottoposti ai vincoli di cui all’ art.32 L. 47/1985.

Ora, con il co.27, confermando l’applicabilità degli artt.32 (parere su aree sottoposte a vincolo) e 33 (opere su aree ad inedificabilità assoluta) L. 47/1985, il Legislatore statale limita la sanatoria delle opere come individuate dal co.26.

In particolare, alla lettera d) afferma che non sono suscettibili di sanatoria le opere di cui alla tipologia 1 che siano state realizzate su immobili soggetti a vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, dei beni ambientali e paesistici, nonché dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali qualora istituiti prima dell’esecuzione delle dette opere.

Prima d’ogni altro, occorre appuntare l’attenzione sulla normativa vincolistica a cui fa riferimento il Legislatore nazionale; in altri termini, quali sono le leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, dei beni ambientali e paesistici ?

In materia ambientale in genere (fatte salve le disposizioni speciali), in ordine alla normativa statale, va ricordata la legge 1497/1939, poi, abrogata e sostituita dal decreto legislativo 490/1999, a sua volta, da ultimo, abrogato e sostituito dal decreto legislativo 42/2004.

Sulla scorta di tanto e per una maggiore chiarezza espositiva, ripetendo la formula legislativa, va detto: non sono suscettibili di sanatoria le opere abusive che siano state realizzate su immobili soggetti a vincoli imposti in applicazione del D.lgs. 42/2004 e della normativa regionale.

Tanto premesso, al fine di delineare i limiti di operatività della disposizione derogatoria in esame, deve, necessariamente, farsi riferimento, dunque, alla legislazione in materia ambientale e paesistica ed, in particolare, al Codice dei beni culturali e paesaggistici, di cui al D.lgs. 42/2004, che, all’art.134, distingue i beni paesaggistici in immobili ed aree e, di poi, all’art.137, co.1, definisce immobili quelli di cui all’art.136, co.1, lett. a) e b), mentre aree quelle di cui all’art.136, co.1, lett. c) e d).

Tale distinzione era presente anche nella legislazione previgente (L. 1497/1939), che, seppur con terminologie diverse, distingueva i beni paesaggistici all’art.1, co.1, nn.1 e 2, in cose ed all’art.1, co.1, nn.3 e 4, in località (cfr. art.2). Ad ogni modo, le definizioni erano identiche a quelle contenute nella normativa vigente.

Ora, in base alla disciplina del Codice ambientale, dunque, la distinzione dei beni paesaggistici ha rilievo in ordine alla partecipazione garantita al proprietario dell’immobile precedentemente alla dichiarazione di notevole interesse ambientale, con tanto giustificandosi l’insanabilità delle opere abusive di tipologia 1 realizzate su tali beni paesaggistici di cui il proprietario conosce, di certo, l’assoggettamento alla tutela paesaggistica, come comunicatogli ai sensi dell’art.139, co.5, secondo cui la comunicazione in questione ha per oggetto, fra l’altro, l’indicazione dei conseguenti obblighi a carico del proprietario.

Anche tale previsione è, sostanzialmente, conforme a quanto previsto dall’originaria legge 1497/1939 (artt.4 ss.).

Non va trascurato, di poi, un principio interpretativo fondamentale: è noto che la legislazione in materia di condono edilizio ha carattere, per ammissione pacifica della Corte costituzionale, eccezionale e straordinario, con l’effetto che, in materia ermeneutica, trova applicazione l’art.14 disp.prel.c.c., secondo cui: “Le leggi penali e quelle che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in essi considerati”.

In tale norma, notoriamente, è sussunto il divieto di applicazione analogica delle norme eccezionali, con l’effetto che l’espressione immobile indicato nel co.27, lett. d) dell’art.32 L. 326/2003, deve essere interpretato in senso restrittivo, limitandolo alla sola nozione tecnica di cui agli artt.134, 136, co.1, lett. a) e b) e 137, co.1, D.lgs. 42/2004.

A sostegno di tanto, di poi, considerati gli indubbi effetti penali e amministrativi, conseguenti alla sanatoria degli abusi edilizi in zone vincolate paesaggisticamente, soccorrono i principi, in materia di illeciti penali e amministrativi, secondo cui in dubio pro reo.

Non va trascurato, tra l’altro, a fondamento di tale interpretazione, che la Regione Basilicata e la Regione Campania, notoriamente contrarie all’operatività del condono edilizio sul proprio territorio, successivamente all’intervento della Corte costituzionale, hanno adottato, rispettivamente, la legge regionale 10.11.2004 n.18 e la legge regionale 18.11.2004 n.10.

La legge lucana, all’art.2, opportunamente, contiene alcune definizioni ed, in particolare, alla lettera c), afferma: “Ai fini delle disposizioni del presente titolo si intende per: …c) immobili soggetti a vincoli di tutela”: le aree o gli immobili soggetti a vincoli imposti in applicazione: 1) del regio decreto legge 30 dicembre 1923, n. 3267; 2) della legge 6 dicembre 1991, n. 394; 3) del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42; 4) di disposizioni derivanti dalla normativa comunitaria ovvero di altre leggi statali e regionali, anche a protezione degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, nonche´ dei parchi e delle aree protette nazionali e regionali”.

La legge campana, in maniera sostanzialmente identica, all’art.2, stabilisce: “Ai fini delle disposizioni di cui al presente titolo, si intendono per: …c) immobili soggetti a vincoli di tutela: le aree o gli immobili soggetti a vincoli imposti in applicazione: 1) del regio decreto 30 dicembre 1923, n. 3267; 2) della legge 1° giugno 1939, n. 1089; 3) della legge 29 giugno 1939, n. 1497; 4) della legge 8 agosto 1985, n. 431; 5) della legge 6 dicembre 1991, n. 394; 6) del decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490; 7) del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42; 8) di disposizioni derivanti dalla normativa comunitaria o di altre leggi statali e regionali, anche a protezione degli interessi idrogeologici, delle falde acquifere, dei parchi e delle aree protette nazionali e regionali”.

È evidente, dunque, che il Legislatore regionale (lucano e campano) si è preoccupato di definire gli immobili soggetti a vincoli di tutela, a cui fa riferimento il Legislatore nazionale, soprattutto, nel co.27 della normativa in esame, estendendone, in ossequio alla distinzione di cui al Codice ambientale, l’ambito di applicabilità anche alle aree, a cui, si ripete, non fa riferimento la lettera d) del co.27 citato.

Alla luce di tali osservazioni, si ritiene che le opere abusive di tipologia 1 siano suscettibili di sanatoria anche se realizzate su aree soggette ai vincoli imposti da leggi statali e regionali a tutela dei beni ambientali e paesistici, previo parere favorevole dell’ Autorità preposta alla tutela del vincolo, ai sensi dell’art.32 L. 47/1985, salva la diversa previsione regionale (cfr. Regione Campania e Regione Basilicata).

Né varrebbe obiettare, infine, che l’art.146, co.10, lett. c), D.lgs. 42/2004 ha stabilito il divieto di autorizzazione in sanatoria in materia ambientale, atteso che, con circolare prot. SG\106\24664 del 19.7.2004, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha chiarito che il divieto predetto non si riferisce alle domande di condono edilizio che sono relative a fattispecie diverse e restano ovviamente regolate dalla speciale disciplina del capo IV della legge 28 febbraio 1985 n.47.

L’intervento additivo della Consulta sul co.26 dell’articolo in esame, con la pronuncia richiamata, impone di appuntare l’attenzione sulla normativa regionale, che la stessa Corte delle leggi ritiene, non solo, opportuna, ma doverosa (cfr. paragrafo 21, ultima parte, sent. 196/2004).

La Regione Puglia, in maniera molto succinta, ha dettato le norme integrative in materia di sanatoria edilizia, con la L.R. 28/2003, successivamente alla pronuncia della Consulta, modificata dalla L.R. 19/2004, per cui, sul territorio regionale, sono sanabili tutte le tipologie di cui all’allegato 1, come indicato nella normativa nazionale, unitamente agli abusi minori realizzati anche sulle zone non vincolate.

Ad ogni modo, la lettura della legge regionale in materia di condono edilizio, soprattutto, all’indomani della pronuncia della Consulta, appare molto più ampia, rispetto a quella nazionale.

L’art.2, co.1, L.R. 28/2003, infatti, come modificato, dall’art.4, co.1, L.R. 19/2004, afferma: “Fermo restando il disposto dell’articolo 32, comma 26, del D.L. 269/2003, per i numeri da 1 a 3 dell’allegato 1 e purche´ gli abusi abbiano i requisiti previsti dall’articolo 31, comma 2, della legge 28 febbraio 1985, n. 47, nella Regione Puglia sono suscettibili di sanatoria le tipologie di illecito di cui ai n. 4, 5 e 6 dell’allegato 1 al D.L. 269/2003”.

Per una più chiara interpretazione della norma in questione, è opportuna la lettura della disposizione, sostituendo al riferimento normativo, la relativa indicazione e, dunque: fermo restando che sono suscettibili di sanatoria edilizia le tipologie di illecito più gravi (da 1 a 3), ad eccezione di quelle realizzate su immobili dichiarati monumento nazionale o dichiarati di interesse particolarmente rilevante ai sensi della normativa sulla tutela dei beni culturali, nella Regione Puglia sono suscettibili di sanatoria le tipologie di abuso minori.

In altri termini, nella Regione Puglia sono suscettibili di sanatoria tutte le tipologie di abuso edilizio, ad eccezione di quelle realizzate su immobili dichiarati monumento nazionale o dichiarati di interesse particolarmente rilevante ai sensi della normativa sulla tutela dei beni culturali.

La sanatoria delle opere abusive realizzate su immobili o aree soggetti a vincoli ad inedificabilità relativa, è subordinata al parere favorevole dell’Autorità preposta alla tutela del vincolo (per i vincoli paesaggistici, in Puglia, la competenza è stata subdelegata ai Comuni), in applicazione dell’art.32 L. 47/1985, come richiamato, in via generale, dall’art.32, co.25, L. 326/2003.

Tale interpretazione della normativa regionale, appare conforme all’intervento della Corte costituzionale, che, si ripete, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 32, co.26, L. 326/2003, nella parte in cui non prevede che la legge regionale possa determinare la possibilità, le condizioni e le modalità per l’ammissibilità a sanatoria di tutte le tipologie di abuso edilizio di cui all’allegato 1.

A tal proposito, è opportuno indicare la risposta rivelata da un noto e specielizzato sito WEB di IPSOA Editore, Speciale Condono Edilizio (www.ipsoa.it/condonoedilizio), alla domanda: “Alla luce della normativa vigente, in ambito sia nazionale che della Regione Puglia, è possibile presentare istanza di sanatoria per abusi commessi in zona vincolata paesaggisticamente ? Nello specifico, per un locale deposito realizzato in assenza di concessione edilizia, è possibile presentare domanda di sanatoria, con quale tipologia ?”.

A tale domanda, gli esperti del sito suddetto, rispondono: “Sì, previo rilascio del Nulla Osta da parte dell’ente preposto alla tutela del vincolo, è possibile conseguire il titolo abilitativo edilizio per la sanatoria dell’abuso rappresentato, in virtù dell’art.4, comma 1, della legge regionale n.19 del 3 novembre 2004, che ha espressamente abrogato il divieto di sanatoria per opere ed interventi commessi in aree soggette a vincolo, previsto dall’art.2, comma 1, della precedente legge regionale 28/2003. La tipologia di abuso è la n.1”.

******

Per amor di completezza, nella denegata ipotesi in cui non dovesse ritenersi esauriente la ricostruzione degli ambiti operativi del terzo condono edilizio, almeno con riferimento alla Regione Puglia, come sopra delineata, è necessaria un’ulteriore osservazione, di più criptica lettura e, non si nasconde, meno coerente, rispetto a quanto linearmente indicato nella narrativa che precede, che prescinde dalla distinzione dei beni paesaggistici a cui, a parere del sottoscritto, fa riferimento la legge statale ed appare indifferente al Legislatore regionale.

L’art.32, co.27, L. 326/2003, afferma: “Fermo restando quanto previsto dall’art. 32 (…) della legge 28 febbraio 1985, n. 47, le opere abusive non sono comunque suscettibili di sanatoria, qualora (…) siano state realizzate su immobili soggetti a vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, dei beni ambientali e paesistici, nonche´ dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali qualora istituiti prima della esecuzione di dette opere, in assenza o in difformita` del titolo abilitativo edilizio e non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici”.

È necessaria una premessa, anche se superflua, in ordine alla natura dei vincoli a cui fa riferimento l’art.32, co.27, lettera d) L.326/2003.

Appare indubbio che si tratti di vincoli a inedificabilità relativa, atteso che il comma in esame fa salva, fra l’altro, da un lato, l’applicazione dell’art.33 L. 47/1985 e, dall’altro, fa riferimento alle norme urbanistiche ed ai relativi strumenti, a cui l’opera abusiva deve essere conforme, con l’effetto che è ovvia l’esistenza di un piano urbanistico che permetta l’edificazione.

I vincoli ad inedificabilità assoluta, dunque, trovavano la loro collocazione normativa nell’art.33 L. 47/1985, fatta salva la legislazione regionale (cfr. L.R. Puglia 31.5.1980 n.56, art.51).

Sulla scorta di tanto, come deve essere interpretato l’inciso introduttivo del co.27 in esame, secondo cui deve trovare applicazione quanto dispone l’art.32 L. 47/1985, che, ovviamente, non può essere ignorato ?

Al fine di una più comoda lettura della disposizione relativa ai vincoli paesaggistici, è necessario posporre l’inciso introduttivo in parola, alla fine della disposizione derogatoria e, dunque: “Le opere abusive non sono comunque suscettibili di sanatoria, qualora (…) siano state realizzate su immobili soggetti a vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, dei beni ambientali e paesistici, nonchè dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali qualora istituiti prima della esecuzione di dette opere, in assenza o in difformità del titolo abilitativo edilizio e non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici, fermo restando quanto previsto dall’art. 32 (…) della legge 28 febbraio 1985, n. 47”.

Per rendere ancora più agevole la lettura della disposizione, è opportuno limitare il dettato legislativo, traducendolo in forma più chiara con la sostituzione alle definizioni normative delle relative indicazioni: le opere abusive di tipologia 1 non sono comunque suscettibili di sanatoria, qualora siano state realizzate su immobili soggetti ai vincoli ad inedificabilità relativa dettati dal Codice ambientale e dalla legislazione regionale, salvo il parere favorevole dell’Autorità preposta alla tutela dei vincoli in questione.

Né varrebbe obiettare che una tale lettura interpretativa farebbe intendere che l’obbligo del parere favorevole dell’Autorità preposta al vincolo sia necessario solo per la tipologia di abuso più grave (n.1), nell’ambito dei vincoli ambientali, escludendolo per le altre tipologie di abuso e per i vincoli diversi, atteso che lo stesso Legislatore nazionale, al precedente co.26, ha già richiamato l’obbligo del parere favorevole dell’Autorità preposta al vincolo in genere, rispetto agli abusi minori, che, per effetto del principio di continenza, deve intendersi, ovviamente, riferito anche alle tipologie di abuso più gravi.

È superfluo osservare, inoltre, che la previsione del co.27, lett. d) non può ritenersi ripetitiva della previsione di cui al co.26, lett. a), in ordine alla necessità del parere favorevole dell’Autorità preposta al vincolo, atteso che la nuova formulazione del co.43 dell’art.32 L. 326/2003, ha espunto dall’art.32 L. 47/1985, qualsiasi riferimento ai vincoli ambientali, la cui disciplina era contenuta, all’epoca della pubblicazione della legge 326/2003, nell’art.152 D.lgs. 490/1999, che prevedeva l’autorizzazione in sanatoria (postuma).

È noto che, dall’1.5.2004, tale forma di autorizzazione in materia ambientale non è più prevista ai sensi dell’art.146, co.10, lett. c), D.lgs. 42/2004, ma, comunque, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, nella circolare già richiamata, ha precisato che tale divieto non si applica al condono edilizio.

Sulla scorta di tanto, è chiaro che il Legislatore del 2003, al fine di far rientrare anche i vincoli ambientali, nella previsione generale di cui all’art.32 L. 47/1985, doveva, necessariamente, farne espresso riferimento nel co.27.

Tale completa lettura della norma in questione può ritenersi confermata da quanto recepito dalla Regione Sardegna, che, all’art.2 L.R. 4/2004, ha stabilito: “Non sono, comunque, suscettibili di sanatoria: … e) le opere abusive che siano state realizzate su immobili soggetti a vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere dei beni ambientali e paesistici, qualora non venga acquisito il nullaosta da parte del soggetto che ha imposto il vincolo, nonchè dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali qualora istituiti prima dell’esecuzione di dette opere, in assenza o in difformità del titolo abilitativo edilizio e non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici”.

È superfluo ogni ulteriore commento.

Rimane un ultimo interrogativo, in ordine all’inciso comunque posto all’art.32, co.27, L. 326/2003: tanto è agevolmente superabile, in considerazione della circostanza che, al co.26, come già detto, il Legislatore nazionale ha indicato suscettibili di sanatoria tutte le tipologie di opere abusive senza alcuna distinzione, in ordine alla realizzazione delle opere abusive su immobili soggetti a vincolo (soprattutto quelle più gravi), salvo l’espresso richiamo alla sola lettera e) del co.27, con l’effetto che si imponeva, da un mero punto di vista di sintassi, l’uso dell’avverbio suddetto.

In conclusione, si ritiene che le opere abusive relative alla tipologia 1 dell’Allegato 1 alla L. 326/2003, sono suscettibili di sanatoria anche se realizzate su aree soggette a vincoli paesaggistici, previo parere favorevole dell’Autorità preposta alla tutela del vincolo.

1 Cfr. Carlin e altri, Il nuovo condono edilizio, Milano, 2004, pp.102-103.



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