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La responsabilità penale del provider per i reati commessi in internet
Articolo di Marco Gambuli 24.10.2005



LA RESPONSABILITA’ PENALE DEL PROVIDER PER I REATI COMMESSI IN INTERNET

dott. Marco Gambuli

Sommario.

1.La Responsabilità Penale del Provider: Introduzione al Tema.

2.Fattispecie Commissive e Fattispecie Omissive.

3.D.Lgs. 9 aprile 2003, n.70.

4.Le singole Ipotesi di Responsabilità del Provider.

4.2. La Responsabilità Concorsuale Omissiva ex art. 40, comma II c.p.

4.3. Pronunce Giurisprudenziali.

Responsabilità affermata per il content provider, esclusa per l’hosting provider

b) Responsabilità per i Servizi di Accessing e Hosting.

Esclusa la responsabilità per i servizi di accessing e di hosting

Esclusa la responsabilità del provider titolare dei server che ospitano il newsgroup non moderato

Affermata la responsabilità del provider che ha concorso alla lesione del marchio

Esclusa la responsabilità della società pubblicizzata su sito incriminato

Segue: Responsabilità da Link.

Segue: Responsabilità del Motore di Ricerca.

Disposto il sequestro preventivo del server usato per la pubblicazione di pagine web incriminate

5.Provider ed Editoria Telematica.

Affermata l’equiparazione del provider all’editore. Conseguente riconoscimento della responsabilità per abuso di diritto di cronaca commesso tramite internet

Affermata l’equiparazione del provider all’editore. Conseguente riconoscimento della responsabilità per concorrenza sleale

6.Provider e Pornografia Minorile: Legge 3 agosto 1998, n. 269.

Responsabilità dell’Host Provider da Link.

Esclusa la responsabilità dell’host provider per la presenza in una propria pagina di un collegamento al sito incriminato

7.Conclusioni

Bibliografia.



  1. La Responsabilità Penale del Provider: Introduzione al Tema.

La materia in questione può, ad un primo approccio, apparire al giurista di non facile accesso, da una parte in virtù della rapidità con cui è avvenuto lo sviluppo delle tecnologie informatiche negli ultimi decenni, dall’altra in ragione del background tecnico – scientifico necessario a descrivere determinati soggetti, determinate condotte da questi esperibili o determinati rapporti giuridici che legano tali figure soggettive. Già il solo termine “Provider” necessariamente rinvia a tutta una serie di problematiche che ben poco hanno di giuridico, ma che è necessario conoscere per analizzare gli aspetti giuridici che su quelle si innestano.

In ambito penalistico problemi sono sorti circa la responsabilità ascrivibile al provider in ordine a fatti delittuosi compiuti da terzi, quali devono essere considerati gli utenti degli Internet service providers (ISP). La dottrina dominante ritiene di escludere tale responsabilità, fondando tale opinione nei princìpi cardine del diritto penale italiano, quali il carattere personale della responsabilità penale, la liceità di comportamenti non vietati dalla legge penale ed il divieto di analogia in malam partem1, salvo naturalmente il caso in cui il provider abbia consapevolmente e concretamente agevolato il terzo nel commettere la fattispecie criminosa. Non manca però neanche chi, nel comportamento del provider che non esplichi un monitoraggio del materiale inviato grazie al proprio server, ipotizza una sorta di culpa in vigilando consistente in un’agevolazione colposa di un comportamento illecito, delineando perciò una responsabilità del tutto simile a quella editoriale.

In proposito, neanche la rassegna delle pronunce giurisprudenziali sin qui emesse, sinora quantitativamente esigua, sembra essere di particolare ausilio per la qualificazione giuridica del provider e la conseguente individuazione del suo livello di responsabilità. Si passa, infatti, da provvedimenti che, al fine di interrompere gli effetti del reato e di acquisirne la prova, pongono sotto sequestro preventivo il server utilizzato per diffondere pagine web di contenuto considerato diffamatorio, ad altre che, rigettando la richiesta di un provvedimento d’urgenza ex art.700 c.p.c., volto ad ottenere la rimozione da un newsgroup di un messaggio ritenuto diffamatorio, affermano che non sussiste una responsabilità di chi si limiti a mettere a disposizione degli utenti lo spazio “virtuale” dell’area di discussione, senza possibilità di esercitare alcun potere di controllo e vigilanza sugli interventi che vi vengono inseriti.

Altro aspetto del medesimo problema, forse ancora non emerso nella sua piena valenza, è quello della distinzione tra il messaggio inviato da un soggetto nella sua qualità di privato cittadino e l’esercizio del diritto di cronaca, poiché, qualora si accogliesse tale distinguo, la legislazione vigente in materia di stampa e pubblicazioni potrebbe applicarsi solo a quella informazione telematica che ne rivestisse i necessari requisiti, senza quindi comprendere tutte le manifestazioni di pensiero diffuse via Internet2.

Gli interventi del Legislatore in materia non sembrano aver sgombrato il campo da incertezze interpretative ed applicative presentando sovente la tendenza a difettare di ogni raccordo con i princìpi fondamentali dell’ordinamento penale, cui spesso si accompagna una scarsa organicità e coerenza interna alla norma stessa, conformemente con la prassi - purtroppo invalsa - alla semplice traduzione in italiano del testo delle Direttive comunitarie3.

La trattazione prenderà le mosse dall’inquadramento delle diverse forme di responsabilità del provider alla luce dei princìpi cardine del diritto penale, affronterà in secondo luogo gli interventi normativi sopraggiunti a regolare nello specifico la materia, prenderà infine in esame le pronunce giurisprudenziali più significative.

In seguito verranno presi in esame due argomenti specifici per i quali la configurazione di ipotesi di responsabilità del provider appare maggiormente problematica e frequente nella prassi applicativa, anche in ragione di specifici interventi normativi intervenuti in tali materie: l’editoria telematica e la pornografia minorile.

  1. Fattispecie Commissive e Fattispecie Omissive.

Ripercorrendo le nozioni basilari della teoria generale del reato, una delle distinzioni consuetamente operate è fra reati commissivi (o d’azione) e reati omissivi (o d’omissione), a seconda che la condotta tipica sia rappresentata da un agire positivo o, piuttosto, dall’inerzia del soggetto agente.

Come fra i reati commissivi si è soliti distinguere reati d’azione e d’evento, così tra i reati omissivi sarà possibile una suddivisione in reati omissivi propri e impropri.

Soffermandoci sui reati omissivi impropri, assume un ruolo decisivo, al fine di configurare la responsabilità dell’omittente, la “posizione di garanzia” in cui quest’ultimo deve trovarsi, ossia la sua titolarità dell’obbligo giuridico di impedire l’evento-reato, come recita il codice. Detto altrimenti: esiste una serie di obblighi giuridici che impone al soggetto su cui grava di attivarsi per impedire l’evento. Come si evince dalla norma deve trattarsi di obblighi giuridicamente rilevanti, peraltro non specificati tassativamente nella legge penale. Sarà pertanto compito della dottrina e della giurisprudenza andare a delineare nel concreto la portata di tale disposizione, riconoscendo quelle situazioni di garanzia tali da configurare l’obbligo di attivazione dell’agente e - correlata - la responsabilità penale per l’omesso impedimento.

Una consolidata tradizione dottrinale e giurisprudenziale era solita distinguere le posizioni di garanzia in base alla fonte formale che le pone in essere. Si delineava così il cd. “trifoglio” formato dalla legge (penale ed extrapenale), dai contratti e dalla precedente azione pericolosa: con questa elencazione si racchiudevano le tre possibili fonti originanti l’obbligo giuridico di attivazione ex art.40, II c.p. Oggi la dottrina più recente si è sforzata di elaborare nuovi modelli, approfondendo maggiormente il problema del fondamento penalistico. Si è così pervenuti a modelli “contenutistico – funzionali”, contrapposti ai più datati modelli formalistici, con cui si è tentato di individuare un criterio selettivo delle posizioni di garanzia più rispondente alle esigenze di tutela proprie del sistema penale, tralasciando la rigida selettività propria dell’altro modello4.

Rinviando a testi specifici per l’approfondimento della materia, ricordiamo brevemente le distinzioni solitamente effettuate dalla manualistica.

Innanzitutto la bipartizione tra posizioni di garanzia originarie e derivate. Le prime “nascono in capo a determinati soggetti, in considerazione dello specifico ruolo o della particolare posizione di volta in volta rivestita”, le seconde invece “trapassano dal titolare originario ad un soggetto diverso per lo più mediante un atto di trasferimento negoziale”5.

Altra bipartizione basilare all’interno delle posizioni di garanzia è quella tra posizioni di protezione e posizione di controllo. Essa delinea due situazioni contraddistinte: nel primo caso, da una finalità di preservazione di “determinati beni giuridici da tutti i pericoli che possono minacciarne l’integrità quale che sia la fonte da cui scaturiscono” (es. posizione di protezione dei genitori nei confronti del figlio); nel secondo, dallo scopo di “neutralizzare determinate fonti di pericolo, in modo da garantire l’integrità di tutti i beni giuridici che possono risultare minacciati”6 (es. posizione di controllo del proprietario dell’edificio pericolante nei confronti di tutti i soggetti che potrebbero trovarsi nelle vicinanze, quanto all’obbligo di impedire eventi dannosi a loro carico). Ancora riguardo alla prima ipotesi, ricordiamo che le posizioni di protezione possono avere origine dalla legge stessa (es. rapporto parentale) o da un atto di autonomia privata quale il contratto (es. contratto di assunzione di una baby sitter, o di ingaggio di una guida alpina), oltre alle ipotesi di un’assunzione volontaria dei compiti di garante7.

Per quel che concerne le posizioni di controllo conviene ricordare che si possono configurare per due ordini di cause che trovano origine in disposizioni legali: qualora “il titolare del bene si trovi nell’impossibilità di proteggere il bene medesimo” o nel caso in cui “il garante tenga sotto la sua sfera di signoria la sorgente da cui si origina la situazione di pericolo a carico di terze persone”8. A quest’ultima ipotesi sono riconducibili tutti i casi in cui il garante è tenuto ad impedire l’agire illecito di un terzo, obbligo che può derivare dall’esistenza di un potere giuridico che pone determinati soggetti in condizione di impedire la commissione di reati da parte di altri soggetti. E’ il caso di porre particolare attenzione su queste ipotesi in quanto le vedremo esserci di particolare utilità nella ricostruzione della responsabilità penale del provider derivante da omissione.

Per ciò che concerne le ipotesi di partecipazione criminosa in linea di massima i princìpi cardine di questo istituto valgono tanto per il concorso commissivo quanto per il concorso omissivo. Ci limiteremo pertanto a richiamare i casi configurabili, senza soffermarci sullo specifico atteggiarsi di ciascuno, col semplice intento di chiarire alcune nozioni, ad onor del vero, di difficile e intricata dizione, ma di contenuti non troppo problematici.

Può sussistere partecipazione tanto nel reato commissivo quanto in quello omissivo e per entrambi è configurabile una duplice modalità di concorso: partecipazione mediante omissione e partecipazione mediante azione. Riassumendo le fattispecie ipotizzabili sono quattro:

 Partecipazione mediante azione a reato commissivo.

 Partecipazione mediante azione a reato omissivo.

 Partecipazione mediante omissione a reato commissivo.

 Partecipazione mediante omissione a reato omissivo.

  1. D.Lgs. 9 aprile 2003, n.70.

Il D.Lgs. 2003, n.70, sembra porsi come normativa di riferimento nel delineare le ipotesi di responsabilità penale del provider. In questo testo vengono prese in considerazione le diverse figure di ISP, ne viene data una definizione e, accanto ad essa, vengono descritte le ipotesi di responsabilità civile e penale che vi sono ricollegate. Al suo interno di maggior interesse appaiono in particolare gli artt.14, 15, 16, nei quali sono delineate le tre figure di ISP (provider mere conduit, cach provider e host provider), da una parte definendone i contorni soggettivi, dall’altra associando a ciascuna figura determinati profili di responsabilità.

L’art.14, titolato “Responsabilità nell'attività di semplice trasporto - Mere conduit”, dispone al comma I che “nella prestazione di un servizio della società dell’informazione consistente nel trasmettere, su una rete di comunicazione, informazioni fornite da un destinatario del servizio, o nel fornire un accesso alla rete di comunicazione, il prestatore non è responsabile delle informazioni trasmesse a condizione che: non dia origine alla trasmissione; non selezioni il destinatario della trasmissione; non selezioni né modifichi le informazioni trasmesse”.

Si precisa poi, al comma II, che “le attività di trasmissione e di fornitura di accesso di cui al comma I, includono la memorizzazione automatica, intermedia e transitoria delle informazioni trasmesse, a condizione che questa serva solo alla trasmissione sulla rete di comunicazione e che la sua durata non ecceda il tempo ragionevolmente necessario a tale scopo”.

L’art.15 prende invece in esame la cosiddetta attività di caching (che consiste nell’immagazzinare le informazioni che definiscono le pagine in una parte della memoria dei computer) così disponendo: “Nella prestazione di un servizio (…) consistente nel trasmettere, su una rete di comunicazione, informazioni fornite da un destinatario del servizio, il prestatore non è responsabile della memorizzazione automatica, intermedia e temporanea di tali informazioni effettuata al solo scopo di rendere più efficace il successivo inoltro ad altri destinatari a loro richiesta, a condizione che: non modifichi le informazioni; si conformi alle condizioni di accesso alle informazioni; si conformi alle norme di aggiornamento delle informazioni, indicate in un modo ampiamente riconosciuto e utilizzato dalle imprese del settore; non interferisca con l’uso lecito di tecnologia ampiamente riconosciuta e utilizzata nel settore per ottenere dati sull'impiego delle informazioni; agisca prontamente per rimuovere le informazioni che ha memorizzato, o per disabilitare l'accesso, non appena venga effettivamente a conoscenza del fatto che le informazioni sono state rimosse dal luogo dove si trovavano inizialmente sulla rete o che l'accesso alle informazioni è stato disabilitato oppure che un organo giurisdizionale o un'autorità amministrativa ne ha disposto la rimozione o la disabilitazione”.

Infine, all’art.16, comma I, troviamo la disamina del servizio di hosting fornito dall’ISP: “nella prestazione di un servizio della società dell’informazione consistente nella memorizzazione di informazioni fornite da un destinatario del servizio, il prestatore non è responsabile delle informazioni memorizzate a richiesta di un destinatario del servizio, a condizione che detto prestatore: non sia effettivamente a conoscenza del fatto che l'attività o l'informazione è illecita e, per quanto attiene ad azioni risarcitorie, non sia al corrente di fatti o di circostanze che rendono manifesta l'illiceità dell'attività o dell’informazione; non appena a conoscenza di tali fatti, su comunicazione delle autorità competenti, agisca immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitarne l'accesso”.

E al comma II: “le disposizioni di cui al comma I non si applicano se il destinatario del servizio agisce sotto l’autorità o il controllo del prestatore”.

  1. Le singole Ipotesi di Responsabilità del Povider.

4.1. La Responsabilità per Fatto Proprio.

È ormai acquisito in dottrina e giurisprudenza che la responsabilità, tanto civile quanto penale, del provider è configurabile giuridicamente “in tutte le ipotesi in cui vi sia da parte dello stesso una violazione diretta di una norma in relazione all’attività posta in essere (ad esempio, il provider viola un marchio registrando un sito) o al contenuto della stessa (es. offre software pirata, diffonde materiale pedo - pornografico, diffama qualcuno, svolge nei confronti del pubblico attività finanziaria abusiva, etc.). Si tratta in tal caso della normale responsabilità che grava su chiunque per fatto proprio”9. Per chiarire: il cd. content provider, ossia il provider che fornisce contenuti all’interno d pagine web, risponde direttamente per eventuali illeciti perpetrati con la diffusione dei medesimi10.

4.2. La Responsabilità Concorsuale Omissiva ex art. 40, comma II c.p.

Più problematica risulterà invece l’indagine sulla responsabilità del provider per i casi in cui debba piuttosto “rispondere del fatto illecito altrui, posto in essere valendosi delle infrastrutture di comunicazione del network provider, del server dell’access provider, del sito creato sul server dell’host provider, dei servizi dei service provider, delle pagine memorizzate temporaneamente dai cache-providers”11.

Pur rappresentando causalmente la condicio sine qua non dei reati commessi in Internet da terzi, in questi casi diviene problematica la configurabilità di una responsabilità dell’ISP, anche in considerazione del fatto che il Decreto in esame non fissa specifiche ipotesi di responsabilità penali in capo alle tre figure di provider tipizzate. Si renderà pertanto necessario un aggancio alle regole generali dell’ordinamento penale, in particolare agli art.40, comma II c.p. (reato omissivo improprio) e 110 c.p. (concorso di persone).

A tal proposito, partendo proprio da quest’ultima disposizione, riguardante il concorso di persone nel reato, va osservato che il Decreto, agli artt.14, 15 e 16, solleva i fornitori da ogni responsabilità diversa da quelle amministrative fissate nel Decreto stesso, a condizione che essi non intervengano sulle informazioni (i dati) da loro memorizzate o veicolate.

Tale disposizione come osservato dalla dottrina “si rivela di mero valore riproduttivo, atteso che, anche in assenza del Decreto, l’intervento (“causale”) sulle informazioni (consapevolmente illecite) poteva già condurre, per i princìpi generali di diritto penale, ad ipotesi di concorso commissivo”12.

Per quello che concerne i singoli servizi praticabili dal fornitore, il Decreto in esame pone in capo a tale soggetto particolari obblighi che, se adempiuti, lo esentano da responsabilità.

A proposito delle attività di caching, viene richiesto che “agisca prontamente per rimuovere le informazioni che ha memorizzato, o per disabilitare l’accesso, non appena venga effettivamente a conoscenza del fatto che le informazioni sono state rimosse dal luogo dove si trovavano inizialmente sulla rete o che l'accesso alle informazioni è stato disabilitato oppure che un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa ne ha disposto la rimozione o la disabilitazione”.

Per l’attività di hosting, i limiti alla responsabilità sono ancora più complessi. Per andare esente da ogni responsabilità è necessario che il fornitore in primo luogo “non sia effettivamente a conoscenza del fatto che l’attività o l’informazione è illecita e, per quanto attiene ad azioni risarcitorie, non sia al corrente di fatti o di circostanze che rendono manifesta l’illiceità dell’attività o dell’informazione”. Inoltre “non appena a conoscenza di tali fatti, su comunicazione delle autorità competenti, agisca immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitarne l’accesso”.

Infine, all’art.17, se da una parte si sancisce il principio dell’assenza di un obbligo generale di sorveglianza da parte del fornitore, dall’altra vi si associa la previsione dell’obbligo, in capo a questo, di “informare senza indugio l’autorità giudiziaria o quella amministrativa avente funzioni di vigilanza, qualora sia a conoscenza di presunte attività o informazioni illecite riguardanti un suo destinatario del servizio della società dell'informazione” e di “fornire senza indugio, a richiesta delle autorità competenti, le informazioni in suo possesso che consentano l’identificazione del destinatario dei suoi servizi con cui ha accordi di memorizzazione dei dati, al fine di individuare e prevenire attività illecite”.

Si tratta di stabilire se, a fronte di tali regole, possa dirsi sussistente, in capo al prestatore, un “obbligo giuridico di impedire l’evento” (evento coincidente con il reato commesso da terzi), vale a dire quell’obbligo di garanzia, presupposto per l’applicazione della norma all’art.40, II c.p., che, in combinazione con il disposto dell’art.110 c.p., fonda la punibilità per concorso omissivo nel reato commissivo posto in essere da altri.

Tale lavoro esegetico si imporrà proprio in ragione del fatto che, come ricordato, il Decreto non prevede ipotesi di reato specifiche, ferma restando, nel nostro ordinamento, l’assenza di un generico obbligo, in capo al semplice cittadino, di denunciare o, addirittura, impedire la commissione dei reati, come indicato da una dottrina e giurisprudenza consolidate oltre che dalla lettera del codice13.

4.2.1. Esiste una Posizione di Garanzia del Provider?

Riguardo alla sussistenza di una posizione di garanzia in capo al provider è bene chiarire preliminarmente che, nello specifico, la fonte normativa da cui promanerebbe non dà luogo a particolari problemi. Dottrina e giurisprudenza sono infatti concordi nel riconoscere piena legittimità costituzionale alla previsione di una posizione di garanzia dettata in una norma extrapenale, quale il Decreto in esame.

Inoltre è stato fatto notare come non fosse necessario il Decreto per ritenere il prestatore tenuto ad obbedire agli ordini impartiti dall’autorità amministrativa o giudiziaria, asserendo anzi come non fosse ragionevolmente dubitabile la contestabilità, a determinate condizioni, di delitti, ad esempio, contro l’autorità delle decisioni giudiziarie 14.

Il problema che si pone è piuttosto quello di valutare se, alla luce di quanto disposto, l’obbligo in capo all’ISP sussiste o meno. In altre parole, appare evidente dalla lettera della norma che il prestatore di servizi è tenuto, in taluni casi, ad attivarsi: resta da chiarire se si tratti di obblighi di garanzia sufficientemente precisi atti a fondare ipotesi di responsabilità penale.

La giurisprudenza in materia evidentemente non può ancora fornirci risposte, data “la giovane età” del provvedimento, risalente a poco più di un anno fa. Per l’elaborazione di una giurisprudenza stabile occorrerà attendere ancora diverso tempo, tanto più considerando che questa materia pone non poche difficoltà applicative, sia a livello giuridico, sia per gli ambiti tecnici cui rimanda.

La quantitativamente esigua elaborazione dottrinale che ad oggi ha preso in esame detta disposizione sembra orientata seppur con qualche incertezza in senso negativo, anche in accordo col recente orientamento dogmatico che, proprio in considerazione dell’intrinseca ed inevitabile indeterminatezza propria della posizione di garanzia fondante responsabilità penale omissiva, tende a limitarne fortemente la portata15.

E’ stato osservato inoltre che “le condotte richieste al prestatore devono essere idonee ad impedire la commissione di reati e, comunque, possibili”16 (Ad impossibilia nemo tenetur).

Il Decreto determina invece il forte rischio che i prestatori siano ritenuti “presuntivamente” a conoscenza dell’illiceità delle informazioni veicolate o memorizzate, che possano intervenire e che, pertanto, siano posti di fronte a responsabilità penali pur svolgendo un’attività che, per mole e “volatilità” delle informazioni, notoriamente non consente certo di esercitare un controllo capillare17.

Per comprendere a fondo le ragioni di questo orientamento che sostiene la insussistenza di una posizione di garanzia in capo al provider, sarà di aiuto da una parte l’esame di alcune pronunce giurisprudenziali, intervenute anteriormente all’emanazione del Decreto, ma recanti princìpi parimenti applicabili alle fattispecie in questo contemplate, dall’altra l’elaborazione dottrinale e giurisprudenziale intervenuta a proposito di responsabilità penale del provider, ex art.600 ter, comma III c.p.18, in materia di pornografia minorile e, ex art.57, 57 bis e 58 c.p.19, in materia di reati commessi col mezzo della stampa periodica, non periodica e clandestina. Le soluzioni adottate per quegli istituti si riveleranno preziose per una piena comprensione dell’atteggiarsi della posizione di garanzia del provider, così come emerge dal Decreto 2003, n.80.

4.3. Pronunce Giurisprudenziali.

a) Responsabilità dell’Hosting e del Content Provider.

Responsabilità affermata per il content provider, esclusa per l’hosting provider

Coll’ordinanza del 14 giugno 2002, pochi mesi prima dell’emanazione del Decreto 2003, n.80, il Tribunale Civile di Napoli fa chiarezza sulla distinzione tra host e content provider ricollegando alle diverse attività responsabilità e conseguenti sanzioni diverse.

I princìpi e gli accertamenti in essa contenuti, pur sanciti a fini civilistici, possono offrire un valido modello anche per i giudici penali che dovranno accostarsi alla materia nei prossimi anni, soprattutto per ciò che concerne la sussistenza di quella posizione di garanzia tanto dibattuta, condicio sine qua non per l’applicabilità del combinato degli artt.40, II e 110 c.p.

Tre i soggetti coinvolti: Liguori editore s.r.l., Tiscali s.p.a. e Sinergie Promotion & Incentive s.r.l.. Riassumiamo brevemente la vicenda.

A seguito del provvedimento cautelare disposto dal Tribunale di Napoli, con cui si disponeva l’inibizione dell’immissione in rete da parte di Tiscali e Sinergie Promotion & Incentive di un testo edito da Liguori Editore, Tiscali e Sinergie proponevano reclamo eccependo, la prima, la propria estraneità ai fatti in questione, la seconda l’assenza del periculum in mora e del fumus boni iuris.

Il collegio, da una parte accoglieva il reclamo proposto da Tiscali, affermando che non risultava provato il coinvolgimento di questa nella pubblicazione abusiva effettuata nel sito www.terapiaonline.it, giungendo invece a diversa conclusione rispetto alla richiesta dell’altro soggetto coinvolto, nei cui confronti non revocava la misura cautelare.

Quali gli aspetti giuridicamente più rilevanti e innovativi di questa decisione?

Si osserva che i soggetti normalmente coinvolti nella gestione di un sito web sono il content provider che ne predispone il contenuto, il maintainer che interagisce burocraticamente e tecnicamente con l’ente proposto alla registrazione dei nomi di dominio e l’host service provider, che consente al content provider di pubblicare su Internet le pagine del proprio sito mediante l’utilizzo di spazio web offerto sul proprio server.

Dalle risultanze processuali è pacificamente escluso che Tiscali abbia svolto ruolo di content provider e risulta comunque non provato un suo coinvolgimento a titolo di manteiner. Unico soggetto che risulta effettivamente coinvolto è Sinergie che avrebbe pubblicato sul suo sito il testo in questione mediante l’utilizzo di spazio web offerto dal server di Tiscali.

Non si potrà pertanto riconoscere in capo a Tiscali un obbligo che la porti a rispondere di tutta l’attività svolta sul sito medesimo, cui si limita a fornire il server per la pubblicazione delle pagine web, così come previsto dal contratto che la lega all’utente. Sarà pertanto quest’ultimo e lui soltanto, quale unico gestore del sito, a rispondere per ciò che vi pubblica, escludendo pertanto la sussistenza dell’obbligo giuridico in capo all’host provider, di accertare o d’impedire le eventuali immissioni di messaggi illeciti.

Risulta evidente come un simile principio, affermato dal giudice di merito, possa adattarsi senza problemi alla responsabilità penale ex art.40, II c.p. che si volesse far ricadere sull’host provider. Anche a seguito del Decreto 2003, n.70, recante tutta quella lunga serie di obblighi giuridici (precedentemente analizzati) in capo al provider, non sembra che l’impianto di responsabilità per l’host provider, così come ricostruito dall’ordinanza in esame, possa essere scalfito in alcun modo.

Ben diversa risulterà invece la posizione del content provider il quale, proprio in ragione del servizio che fornisce agli utenti, sarà direttamente responsabile – civilmente e penalmente – per tutte le violazioni che avvengono su pagine web da lui in prima persona curate e gestite. A livello penale la responsabilità assumerà carattere non già di tipo omissivo (partecipazione omissiva in reato commissivo ex artt.40, II e 110 c.p.), bensì di diretta responsabilità per reati commessi in prima persona dal soggetto medesimo. In altre parole il fatto che quei reati siano commessi nello svolgimento dell’attività di provider non muterà il comune svolgersi dei principi di diritto penale, trattandosi di un comune reato commesso da un comune soggetto che, come tale, sarà perseguito. La sua connotazione soggettiva di provider nulla toglie e nulla aggiunge20.

b) Responsabilità per i Servizi di Accessing e Hosting.

Esclusa la responsabilità per i servizi di accessing e di hosting

Il Tribunale di Cuneo con ordinanza 23 giugno 1997 (Milano Finanza editori s.p.a. contro STB servizi telematici di Borsa)21 e poi con sentenza 19 ottobre 199922 ha escluso la responsabilità della violazione del diritto d’autore compiuta dal fornitore d’informazioni per il provider che si era limitato ad offrire l’accesso alla rete nonché lo spazio sul proprio server per la pubblicazione dei servizi informativi.

Anche in questo caso l’ISP si limitava a svolgere servizi di accessing e hosting: pertanto viene riconosciuto esente da responsabilità23.

c) Responsabilità per Newsgroup Non Moderato.

Esclusa la responsabilità del provider titolare dei server che ospitano il newsgroup non moderato

L’ordinanza 4 luglio 1998 del Tribunale Civile di Roma (Banca del Salento contro Pantheon s.r.l.)24 ha rigettato un ricorso che chiedeva un provvedimento urgente per la rimozione di un presunto messaggio diffamatorio da un newsgroup non moderato.

In questo caso la responsabilità del provider, in base alla ricostruzione proposta dal ricorrente, era stata ricavata per via analogica da quella in capo al direttore del giornale per il contenuto diffamatorio del materiale pubblicato.

Senza soffermarsi sui profili di applicabilità della responsabilità penale ex artt.57, 57 bis e 58 c.p., per cui si rinvia per una più completa disamina, qui sarà interessante cogliere il principio affermato in ordinanza. Il news - server, cioè l’operatore che consente agli utenti di accedere ai newsgroup, in caso di newsgroup non moderato, non può essere ritenuto responsabile per i messaggi che passano attraverso i propri elaboratori in quanto egli “si limita a mettere a disposizione degli utenti lo spazio virtuale dell’area di discussione e non ha alcun potere di controllo e vigilanza sugli interventi che vi vengono inseriti” 25.

Si legge nella sentenza: “i newsgroups, che consentono lo scambio i rete di informazioni ed opinioni su temi specifici, possono essere creati da ogni utente Internet e fanno capo di solito ad una pluralità di elaboratori, che conservano tutti una copia del messaggio inviato ed utilizzano particolari procedimenti per sincronizzare i dati immessi, in modo che da qualsiasi news - server, che ospita quell’area di discussione destinataria dell'intervento, possano essere consultati i messaggi di più recente inserimento”.

Questa decisione esclude in maniera tassativa l’esistenza di una responsabilità oggettiva (anche a fini civilistici) dell’ISP per i messaggi che circolano sulla rete o sulle sue macchine26.

Spostandosi in ambito penale e cercando di trapiantarvi questa affermazione di principio del giudice civile, la conclusione cui si dovrà pervenire sarà che l’Internet provider, più specificamente, nello svolgere attività di gestione e accesso a newsgroup non moderato, non potendo svolgere alcun intervento di controllo nei confronti delle attività degli utenti della rete, non potrà in alcun modo essere ritenuto titolare della posizione di garanzia ex art.40, II c.p.. La responsabilità dei contenuti non può essere attribuita che al loro autore, quando il provider (o chi da lui disegnato per la gestione di un settore del sito) non ha “alcun potere di controllo e vigilanza sugli interventi che vi vengono inseriti”27.

d) Responsabilità per Registrazione del Domain Name.

Affermata la responsabilità del provider che ha concorso alla lesione del marchio

Il Tribunale Civile di Firenze con la sentenza 21 maggio 2001, n. 3155 ha affermato la responsabilità dell’host provider per l’uso del sito recante nome lesivo del marchio noto altrui. Sebbene l’uso del sito in questione fosse svolto da terzi, l’attività di registrazione del domain name era stata curata dal provider medesimo. In questo caso la responsabilità che si configura per il provider sarà diretta, per fatto proprio, pur se alla sua attività necessariamente si dovrà associare l’attività del terzo gestore del sito (in mancanza della quale la mera creazione di un domain name - che restasse inutilizzato - resterebbe irrilevante in quanto inidonea a ledere l’altrui diritto).

In ambito penale si potrebbe configurare un’ipotesi di “contraffazione, alterazione o uso di segni distintivi di opere dell’ingegno o di prodotti industriali”, prevista come reato all’art.473 c.p., che ricadrebbe direttamente in capo all’ISP, con eventuale concorso del gestore del sito (da valutare in base al tipo di partecipazione offerta in concreto all’ISP). Anche in questo caso, come già ricordato, la perseguibilità penale seguirà i suoi principi consueti, stante il carattere accidentale della qualità di provider nella ricostruzione della sua responsabilità28.

e) Responsabilità da Banner Pubblicitario29.

Esclusa la responsabilità della società pubblicizzata su sito incriminato

La decisione del Tribunale partenopeo, già presa in esame, non si limitava a fissare i limiti di responsabilità dell’host provider e del content provider. In quell’ordinanza veniva affrontato anche il problema della rilevanza giuridica del banner pubblicitario dell’host provider sul sito da lui creato e gestito da terzi. Il cd. banner costituisce il principale veicolo pubblicitario in rete e differisce dalla normale inserzione pubblicitaria su di un giornale per la sua interattività, ossia la possibilità di accedere direttamente al sito pubblicizzato tramite un semplice click sul banner stesso.

Nella nota vicenda giudiziaria, a sostegno della tesi del coinvolgimento di Tiscali nella pubblicazione abusiva del testo, era stato portato il fatto che nella pagina web di Sinergie era presente il banner recante “Tiscali free net”. Da ciò Liguori Editore faceva discendere uno stretto collegamento tra le due società, tale da far sorgere anche in capo a Tiscali (host provider) la responsabilità (civile) per l’immissione illecita in rete del testo.

Veniva replicato da Tiscali in difesa che, in primis, non può escludersi l’utilizzazione della sua pubblicità senza il proprio consenso – come, in effetti, non smentito da Sinergie - visto che vi è la possibilità per qualsiasi utente di scaricare un banner presente su di un sito altrui; in secundis, ammettendo per ipotesi che vi fosse il proprio consenso alla pubblicazione del banner, ciò non potrebbe in alcun modo significare che Tiscali, in qualità di società pubblicizzata, possa rispondere di tutta l’attività svolta sul sito medesimo, dal quale è per così dire solo ospitata, né, tantomeno, che abbia l’obbligo giuridico di accertare o d’impedire le eventuali immissioni di messaggi illeciti da parte del gestore dell’altro sito. Ed in ordinanza è proprio questa impostazione che viene accolta, escludendo la responsabilità della società il cui banner era ospitato nel sito “incriminato”.

Come rilevato in commento all’ordinanza, “in tale prospettiva il paragone con la posizione del soggetto pubblicizzato su di un giornale risulta del tutto pertinente, anche perché (…) la possibilità di collegamento con il sito pubblicizzato non modifica la posizione di “neutralità” della società che gestisce tale ultimo sito, dato che tale società rimane comunque estranea e non fornisce alcun apporto all’attività illecita realizzata attraverso i messaggi che possono di volta in volta essere immessi da altri sul sito”30.

“L’addebito mosso alla Tiscali di non essersi attivata dopo aver ricevuto la denuncia della Liguori della pubblicazione abusiva del libro del prof. Lalli si risolve, allora, in una petizione di principio, perché dà per dimostrato ciò che invece non è rimasto accertato in questa sede, ossia che la Tiscali avesse una qualche posizione di fatto che le consentisse di poter intervenire, in modo concreto ed efficace, per impedire l’ulteriore pubblicazione del libro sul sito della Sinergie”31 .

Trasponendo il tutto in termini di responsabilità penale si tratta di stabilire se risulti accertata in capo all’host provider una responsabilità a titolo di concorso omissivo col reato commesso dal suo utente, qualora il banner dello stesso host sia ospitato nel sito dell’utente, nel caso in cui il sito venga ad assumere qualità di corpo del reato. A tal proposito sembrerebbe che il banner ospitato nel sito possa esclusivamente fungere da indizio di un accordo contrattuale che lega provider ed utente. E’ nella prassi contrattuale prevedere un obbligo in capo all’utente che intenda sfruttare il server dell’ISP per appoggiarvi un proprio sito di inserire all’interno della propria pagina web la pubblicità dell’host cui si appoggia. Senza addentrarci nell’analisi di questi contratti, ormai tipizzati dalla prassi commerciale ancor prima che dal legislatore, basterà dire che la pubblicità dell’host viene spesso imposta proprio in ragione della gratuità del servizio fornito all’utente. Detto questo, ogni altra conseguenza che se ne volesse trarre apparirebbe del tutto arbitraria.

Non si capisce come potrebbe mutare la posizione dell’ISP per il solo fatto di essere pubblicizzato in un sito mediante il quale sia stato commesso un reato, dato che il ruolo che il fornitore assume nei confronti degli utenti non muta per il fatto che il contratto che lo lega a questi imponga loro una “sponsorizzazione”; una simile clausola di per sé non potrebbe in alcun modo far sorgere in capo al provider quella posizione di garanzia che lo vincolerebbe ad un controllo dell’attività dei suoi utenti..

Soltanto nel caso in cui alla presenza del banner si aggiungano altri elementi che unitamente provino un accordo, sia questo espresso o tacito, tra fornitore ed utente per la commissione del reato allora il provider ne risponderà, in conformità ai princìpi penali. Ma ravvisare la sussistenza di un simile accordo per la sola presenza del banner non accompagnata da altri elementi probatori, significherebbe introdurre nel nostro ordinamento un pericoloso automatismo probatorio che comporterebbe, in ultima analisi, un’imputazione oggettiva di responsabilità, soluzione ripugnante alla luce dei principi cui è ispirato l’ordinamento penale32.

Segue: Responsabilità da Link.

Problematica analoga alla responsabilità da banner, ospitato nel sito in cui si consuma l’illecito, è quella della responsabilità da link, ossia la responsabilità che deriva dal rinvio ad altro sito con collegamento ipertestuale33. A tal proposito si è parlato, da parte di certa dottrina, di responsabilità del soggetto che gestisce il sito contenente il link per l’illecito posto in essere sul sito linkato (ossia il sito cui si fa rinvio), tralasciando invece la responsabilità del titolare di quest’ultimo sito per l’attività che, a monte, svolge nel sito richiamante, provocando naturalmente forti critiche da parte della dottrina più accorta34.

Segue: Responsabilità del Motore di Ricerca.

Problema diverso è invece quello connesso alla responsabilità del provider per il richiamo a siti illeciti o con attività illecita, non semplicemente contenuto in un link, ma frutto di un’attività di ricerca del sito attraverso la rete: si tratta dei providers che offrono servizi di motore di ricerca. Anche in questo caso, coerentemente con la posizione tenuta da questa giurisprudenza, non sarà ipotizzabile una responsabilità in capo a tali soggetti in relazione ai siti illeciti o con attività illecita richiamati, essendo i providers estranei all’attività illecita. A diversa conclusione si potrebbe giungere nel caso in cui il motore di ricerca consentisse di reperire web pages (illecite) non più esistenti nei relativi siti in quanto dagli stessi rimosse. In una simile ipotesi il provider renderebbe “ancora in vita ed attuali dati illeciti non più altrimenti esistenti”, rendendosi così “unico responsabile causale del contenuto del sito richiamato”35.

f) Adozione di Misure Cautelari sulle Apparecchiature del Provider.

Disposto il sequestro preventivo del server usato per la pubblicazione di pagine web incriminate

Il decreto del Procuratore della Repubblica di Vicenza del 23 giugno 1998 denota il ruolo che assume l’ISP qualora l’oggetto l’attività da lui svolta, – nel caso de quo la pubblicazione di pagine web tramite il server da lui ospitato - divenga mezzo di consolidamento dell’illecito. Nel provvedimento in esame36, sempre in tema di diffamazione on - line, veniva disposto il sequestro preventivo del server dell’associazione no - profit “Isole nella rete”, da svolgersi nei locali del provider, la società bolognese “DS Logic”, che lo ospitava. Il provider veniva così riconosciuto idoneo a subire il provvedimento cautelare reale, sì da impedire in modo assoluto l’ulteriore diffusione dell’illecito.

Si ricordano tra l’altro le aspre critiche di cui fu oggetto il provvedimento37, in quanto, non “limitato alla semplice rimozione del messaggio incriminato”, ma diretto alla chiusura “dell’intero servizio offerto da “Isole nella Rete”, interrompendo quindi anche lo scambio di posta di numerose mailing lists, e disattivando le caselle postali di centinaia di utenti”38.

  1. Provider ed Editoria Telematica.

Si è già parlato del fenomeno che vede la tendenza, da parte di alcuni interpreti, a ricercare le possibili basi giuridiche dell’attribuzione al provider di una concorrente responsabilità, vuoi in relazione al materiale che egli stesso mette a disposizione sul proprio server, vuoi all’accesso ad altri siti dove è disponibile materiale illecito, il tutto in ragione di esigenze di sicurezza nell’uso di Internet e nella fruizione da parte degli utenti dei diversi servizi offerti dagli stessi provider. In tale prospettiva, è stato proposto il ricorso a modelli soggettivi ritenuti “estensibili” in via analogica al provider, quali la figura del responsabile editoriale di una testata giornalistica o quella, del tutto affine, dell’editore televisivo. “Equiparando il gestore di un sito Internet ad un responsabile editoriale, si può infatti ipotizzare l’applicazione delle norme (art.57 c.p.) sui reati commessi a mezzo di stampa, e attribuire così al provider l’obbligo di verificare la legittimità di tutto il materiale pubblicato sul proprio server, compreso quello inviato da terzi. In quest’ottica, il provider diverrebbe corresponsabile dell’illecito del terzo utente sulla base di una culpa in vigilando, consistente nel mancato adempimento dell’obbligo di controllo del materiale inviato sul proprio server”39.

Altra dottrina ha contestato la legittimità di tale operazione ermeneutica, sollevando dubbi sull’analogia delle due figure e conseguentemente sull’estensibilità analogica, anche ai soli fini civili, della normativa dettata per il direttore del giornale.

Accanto agli indirizzi giurisprudenziali esaminati nel precedente paragrafo che in linea di massima portano ad escludere la responsabilità penale dell’ISP a titolo di concorso omissivo – ferma restando la possibilità di una responsabilità diretta nei casi di commissione in prima persona di reati –, altra giurisprudenza ha adottato soluzioni più severe. In determinate circostanze è stata infatti riconosciuta la responsabilità del provider, ricorrendo all’assimilazione dell’ISP alla direttore di giornale, quanto ad obblighi di vigilanza che vi gravano. Se questa soluzione sembra poco condivisibile a fini civilistici, appare addirittura aberrante a fini penali, a maggior ragione se si considerano i recenti interventi normativi in materia di editoria, recanti disposizioni specifiche anche in materia di “editoria telematica”.

5.1. Interventi Normativi.

Prima dell’entrata in vigore della Legge 7 marzo 2001, n. 62 in giurisprudenza la tendenza a riconoscere l’applicabilità per analogia della Legge 8 febbraio 1948, n. 47 ai siti web era rimasta minoritaria, ritenendo in linea di massima inapplicabile l’estensione sistematica della stessa alle “testate telematiche”, in quanto oggettivamente incompatibili con gli elementi propri del prodotto cartaceo. La questione ha ripreso recentemente nuova linfa, sia per la diffusione di prodotti telematici pubblicati con regolare periodicità e per l’accessibilità in rete dei periodici tradizionali (che ripubblicano su Internet le notizie, sia con la medesima veste grafica del giornale cartaceo sia con contenuti nuovi), sia per l’equiparazione normativa del prodotto telematico editoriale a quello cartaceo tradizionale positivamente sancita dalla stessa Legge 7 marzo 2001, n. 62, recante “Nuove norme sull’editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla Legge 5 agosto 1981, n. 416”.

Già prima di detto intervento il Legislatore si era mosso, cercando di sostenere la trasformazione dell’industria editoriale verso la rivoluzione telematica: il primo intervento in questo senso si ebbe con l’approvazione della Legge Finanziaria 23 dicembre 2000, n. 388, art.153, che statuiva che “i quotidiani ed i periodici telematici, organi di movimenti politici hanno l’obbligo di essere comunque registrati presso i Tribunali”. Tale dettato è stato riproposto con l’approvazione della “Legge sull’editoria”, con la quale s’è molto ampliato il concetto di “prodotto editoriale” fino a ricomprendere quello realizzato su “supporto informatico”, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico.

E’ nella nuova Legge sull’editoria, entrata in vigore il 5 aprile 2001, che viene sancito il principio per cui i siti internet “informativi” vengono assimilati alla stampa, ricollegandovi tutta la serie di obblighi e di adempimenti che si accompagnano a questa qualifica soggettiva. A fronte di questa affermazione occorre chiarire che non tutti i siti saranno da ritenersi “informativi”. In primo luogo sono da escludere tutti i siti in cui non sono presenti informazioni strutturate. Si prenda ad esempio i siti dove si effettua un forum di discussione, il download di programmi, commercio elettronico, etc… A queste categorie di siti “non informativi” la nuova Legge aggiunge i siti destinati esclusivamente all’informazione aziendale sia ad uso interno sia presso il pubblico. Pur con qualche perplessità in merito all’esatta interpretazione del termine “informazione aziendale”, si ritiene che debbano rimanere escluse dalla nuova disciplina tutti i siti “aziendali”, ossia i siti che presentano e promuovono una azienda o i prodotti della stessa. Allo stesso modo, dovrebbero essere esclusi dall’applicazione della nuova Legge i siti di commercio elettronico, ove siano presenti informazioni sui prodotti in vendita.

La Legge impone l’applicabilità della normativa sulla stampa (Legge 8 febbraio 1948, n. 47) a qualunque “prodotto” realizzato su supporto cartaceo o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico. E’ quindi chiaro che ogni sito Internet che diffonda informazioni (salve le esclusioni indicate in precedenza) rientra nella definizione legislativa40.

L’applicabilità della normativa sulla stampa comporta la soggezione, in capo ai soggetti individuati, a tutti gli obblighi in essa previsti. Per comprenderne meglio la portata occorrerà prenderne in esame il contenuto, tentando di riadattare disposizioni risalenti al 1948 al prodotto telematico, di certo neanche lontanamente immaginato da quel legislatore. Innanzitutto la Legge sulla stampa disciplina due distinte categorie di pubblicazioni: quella generale (ogni stampato non periodico) e quella rappresentata da giornali, pubblicazioni delle agenzie d’informazioni e periodici di qualsiasi altro genere. Riguardo alla prima categoria, ossia dei siti “informativi” non aggiornati periodicamente, gli adempimenti previsti, per questo tipo di siti, sono ex art.241 l’indicazione, nella home page, dell’anno della pubblicazione ed il luogo da dove vengano caricate le informazioni sul server. Oltre a ciò occorre indicare ragione sociale e sede legale di chi fornisce l’hosting, nonché l’indicazione di chi cura la pubblicazione (editore o autore). Per ciò che concerne la seconda categoria, ossia i siti informativi aggiornati periodicamente (le pubblicazioni on - line), la Legge in commento dispone che il prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare e contraddistinto da una testata, costituente elemento identificativo del prodotto, è sottoposto agli obblighi previsti dall’art.5 della medesima Legge, ossia l’obbligo di registrazione presso la cancelleria del Tribunale, nella cui circoscrizione la pubblicazione deve effettuarsi. Tale registrazione può effettuarsi solo a seguito dell’espletamento di alcuni adempimenti: aver indicato il proprietario della testata, l’editore (se non coincide con il proprietario) e il direttore responsabile, in possesso di tutti i requisiti di Legge (ad esempio deve essere iscritto all’albo dei giornalisti nell’elenco dei professionisti ovvero dei pubblicisti a seconda del tipo di pubblicazione).

Proprio sul direttore responsabile graverà l’obbligo maggiore: quello di vigilare sul contenuto della pubblicazione per evitare che mediante la stessa siano commessi reati. Qualora ometta detta vigilanza può essere punito, anche a titolo di colpa, con la pena stabilita per il reato commesso, diminuita in misura non eccedente il terzo, ai sensi dell’art.57 c.p.

Pertanto, a seguito della riforma del 2001, i siti internet contraddistinti da una testata ed aggiornati periodicamente, ossia con cadenza regolare e prestabilita, dovranno registrarsi presso la cancelleria del Tribunale e dovranno altresì dotarsi di un direttore responsabile con i requisiti suindicati. Oltre a ciò, nell’ambito della “testata telematica”, occorrerà indicare il luogo (ossia il luogo da cui avviene il caricamento delle informazioni sul server), la data della pubblicazione, la ragione sociale e la sede del provider che fornisce l’hosting, l’indicazione del proprietario, dell’editore (se diverso dal proprietario) e del direttore o vice direttore responsabile42.

Se tali obblighi sembrano essere chiariti dalla Legge una volta per tutte per i quotidiani on - line e per i siti aggiornati con cadenza periodica e prestabilita, la questione sembra tutt’altro che risolta per ciò che concerne la disciplina dei siti “misti”, ossia dei siti al cui interno siano presenti spazi informativi periodicamente aggiornati, assieme a mere aree di discussione, aree di downloading di software, etc.

La soluzione proposta da alcuni giuristi, per evitare la registrazione dell’intero sito e per evitare di allargare a dismisura gli obblighi di controllo sul contenuto del sito da parte del direttore responsabile, consiste nel “creare una ‘area’ informativa ben delimitata ed individuata da una ‘testata’, per la quale potrà essere richiesta la registrazione presso il tribunale competente” sì che “solo per la stessa sarà obbligatorio individuare un direttore responsabile” 43.

Il primo marzo 2002 è stata approvata in via definitiva dalla Camera dei deputati la Legge comunitaria 2001, contenente, all’art.31 una norma di interpretazione autentica sull’ambito d’applicazione della Legge 2001, n. 62 (artt.1. e 3).

Detta Legge prevedeva un generale obbligo di registrazione, con conseguente imposizione del rispetto degli obblighi derivanti dall’art.5 della Legge 1948, n. 47, quale testata giornalistica, per tutti i prodotti editoriale on - line diffusi con periodicità regolare e contraddistinti da una testata. Oltre a dette incombenze la Legge accordava tutta una serie di provvidenze e agevolazioni correlate al rispetto dei suddetti obblighi. Chiarisce invece l’art.31 della Legge comunitaria 2001 che l’obbligo di registrazione si applica esclusivamente alle attività per le quali i prestatori del servizio intendano avvalersi delle provvidenze (sgravi fiscali, contributi, etc.) previste dalla Legge sulla stampa. E’ agevole ricavarne che la registrazione della testata on - line sarà da intendersi come un onere e non già un obbligo in capo al prestatore: se questi non fosse interessato potrà ignorarle e diffondere liberamente informazioni su Internet, rinunciando è vero alle agevolazioni dalla legge previste, ma evitando altresì di essere sottoposto ai controlli amministrativi ed alla applicazione delle norme penali sulla stampa .

In definitiva, l’equiparazione normativamente prevista della pubblicazione su Internet a quella tradizionale cartacea vale solo per determinati fini (benefici fiscali, utilizzazione della pubblicazione come titolo accademico, l’applicazione delle norme che presuppongono lo svolgimento verso il pubblico di date attività, etc.), “restando invece inidonea - in difetto di una previsione specifica sul punto - a fondare una responsabilità dell’host provider per gli illeciti posti in essere da chi gestisce il sito” 44.

5.2. Responsabilità Penale.

Dalla Legge comunitaria 2001 si ricava che il provider che intenda fornire servizi informativi tramite il proprio sito sarà libero di decidere se registrarsi o meno presso il Tribunale. In caso di registrazione egli, al pari di tutti gli altri editori, avrà diritto alla provvidenze e agevolazioni previste dalla Legge sulla editoria e, di contro sarà tenuto al rispetto delle incombenze per non incorrere nelle sanzioni, anche penali dalla legge stessa prescritte. Nulla però si è detto in proposito della applicabilità degli artt.57 e ss. c.p.

A seguito della Legge 2001, n.62 la situazione sembrava essere chiarita: nel caso di svolgimento di attività informativa per via telematica l’editore informatico, nel caso di specie il provider, avrebbe dovuto provvedere, nel registrare la testata presso il Tribunale, a dotarsi di un direttore responsabile secondo i dettami della Legge sull’editoria. Questo soggetto, ai sensi dell’art.57, o le altre figure elencate all’art.57 bis, in caso di omesso controllo necessario ad impedire la commissione di reati col mezzo della stessa pubblicazione, sarebbe stato chiamato a rispondere per i reati commessi. Nel caso in cui non si fossero adempiute le prescrizioni di legge sulla pubblicazione e la diffusione della stampa, prescrizioni che si ritenevano assurgere ad obbligo, non già a mero onere, soccorreva il dettato dell’art.58 (“stampa clandestina”) che estendeva anche a queste fattispecie il dettato dell’art.57 e 57 bis.

Con l’emanazione della Legge 2002, n.39 il quadro non risulta più così chiaramente delineato. Se una simile ricostruzione risulta invariata nel caso in cui il provider intenda registrare la propria testata preso il Tribunale, ci si chiede cosa avvenga nel caso in cui scelga – legittimamente – di farne a meno. La Legge non ci fornisce alcuna indicazione a tal proposito, si limita a invitare il Legislatore delegato a “rendere esplicito” che tutte le incombenze previste nella Legge 1948, n. 47 sull’editoria non si configurano come obbligo generale ma come mero onere.

Venendo meno l’obbligo di registrazione potranno configurarsi delle testate editoriali telematiche che legittimamente operano senza aver provveduto alla registrazione presso il tribunale. Ciò rischia di mettere in crisi il quadro di responsabilità penale finora vigente, in particolare quanto a qualifica soggettiva del provider: ci si chiede, nel caso in cui questo soggetto non si registri presso il tribunale, se basterà ciò a non qualificare formalmente la sua come attività editoriale. E, nel caso di risposta affermativa, se da ciò possa conseguire l’assenza di responsabilità, prevista agli artt.57 e ss. c.p., anche qualora in concreto l’attività svolta abbia tutte le caratteristiche di attività editoriale pur non risultando formalmente tale. In altre parole, si corre il rischio di configurare due ipotesi con identica attività praticata con conseguenze sanzionatorie penali ben diverse.

L’imputazione della responsabilità penale seguiva finora il seguente schema: primo presupposto per l’applicabilità degli artt.57 e 57 bis c.p. era l’esercizio di un’attività editoriale di tipo periodico o non periodico; secondo presupposto era il suo svolgersi nel rispetto delle prescrizioni di legge, tra cui evidentemente, l’iscrizione della testata presso il Tribunale: lo si ricava a contrario dal testo dell’art.58 c.p. (stampa clandestina) che estende l’applicabilità di quanto disposto agli art.57 e 57 bis anche nel caso in cui tali prescrizioni non siano state osservate. Oggi però il quadro sembra essersi complicato: pur nel rispetto di tutte le prescrizioni di legge, sarà comunque possibile che una testata telematica operi in assenza di registrazione presso il Tribunale. Nel caso in cui il provider non intenda avvalersi delle provvidenze conseguenti alla registrazione, potrà comunque operare, pur nel rispetto di tutte le “prescrizioni di legge”, non configurandosi pertanto fattispecie di “stampa clandestina”. Quali siano le conseguenze penali non è facile da dire, vista anche la totale carenza di interventi giurisprudenziali in materia, cui si accompagna una quasi inesistente elaborazione dottrinale.

Per l’applicabilità degli artt.57 e 57 bis, è richiesta, nel caso di stampa periodica, la presenza del direttore responsabile o, nel caso di stampa non periodica, dell’editore o dell’autore della pubblicazione, figure queste tutte tipizzate dalla Legge 1948, n.47. E’ questa norma che le descrive e le caratterizza, imponendo alla testata di dotarsene ai fini della registrazione presso il Tribunale. Il fatto che la testata telematica non sia tenuta alla registrazione non sembra autorizzare la tesi per cui tali figure non sarebbero individuabili altrimenti. Se è vero che è ai fini della registrazione che la Legge le richiede, è pur vero che non è solo a tale fine che la testata se ne dota, non configurandosi quali figure astratte, di pura creazione legislativa. E’ bensì vero il contrario: la Legge non fa altro che richiedere, tra i requisiti per la registrazione, l’indicazione di figure che già operano e vivono nella realtà dei fatti, in quanto necessarie all’attività editoriale, a prescindere dalle esigenze formali che su questa gravano. Ciò è confermato dal dettato dell’art.58 che estende la responsabilità prevista per tali figure agli artt.57 e 57 bis ai casi di stampa clandestina, rinviando pertanto ad un’analisi che non potrà, ovviamente, fermarsi al dato formale di ciò che alla registrazione è dichiarato, ma dovrà necessariamente addentrarsi a valutare il concreto atteggiarsi di tali figure.

E’ in quest’ottica che sembra doversi analizzare il disposto della Legge 2001, n.62 così come “esplicitato” nella “Legge comunitaria 2001”. Nel caso di mancata registrazione della testata telematica, gli artt.57 e 57 bis potranno comunque trovare applicazione, pur dirigendosi verso figure non aprioristicamente determinate come nel caso di avvenuta registrazione. Sarà compito del giudice valutare, nel concreto, l’attività svolta da tali soggetti, sia che si tratti del provider in prima persona, sia che si tratti di altri soggetti da questo delegati allo svolgimento di tali attività, ricollegandovi le sanzioni previste dalla Legge in caso di violazioni.

Una simile ricostruzione sarà l’unica in grado di scongiurare gravi disparità di trattamento sanzionatorio tra la testata telematica registrata e quella non registrata, disparità che non potrebbero che configurare una palese violazione del dettato costituzionale.

5.3. Pronunce Giurisprudenziali.

a) Responsabilità dell’Editore Telematico per Diffusione di Notizie Denigratorie.

Affermata l’equiparazione del provider all’editore. Conseguente riconoscimento della responsabilità per abuso di diritto di cronaca commesso tramite internet

Nell’Ordinanza emessa dal Tribunale di Teramo l’11 dicembre 199745, si registra il primo caso riguardante la diffusione tramite Internet di notizie denigratorie. Il Tribunale, pur escludendo la responsabilità civilistica del provider in virtù del contratto sottoscritto fra internet provider ed utente, fissava per la prima volta il principio in base al quale “l’abuso del diritto di cronaca è sanzionabile anche se commesso mediante internet, poiché il mezzo non modifica l’essenza del fatto che mantiene il requisito dell’illiceità e rimane sanzionabile alla stregua di tutte le condotte che comportino aggressione all’onore e al decoro”. In osservanza di detto principio disponeva la rimozione dal sito delle informazioni lesive della reputazione del ricorrente, inibendone l’ulteriore diffusione.

La soluzione adottata dal Tribunale risulta, a parere dei più, equilibrata: se da una parte si esclude la responsabilità del provider, distinguendo opportunamente le diverse responsabilità che gravano su utente e provider, qualora – è evidente – questo non gestisca direttamente il servizio di carattere editoriale (content provider), dall’altra si afferma un principio importante, ricollegando all’attività editoriale telematica le stesse responsabilità che gravano sull’editore cartaceo, non valendo la semplice diversità di mezzo, con cui la prima si esplica, a distinguerne l’essenza. Si noti che al tempo dell’emissione dell’ordinanza non erano ancora presenti interventi legislativi in materia e che, pertanto, la valutazione sull’estensibilità di tale responsabilità era necessariamente rimessa all’apprezzamento degli interpreti.

b) Responsabilità dell’Hosting Provider per Concorrenza Sleale.

Affermata l’equiparazione del provider all’editore. Conseguente riconoscimento della responsabilità per concorrenza sleale

In materia di tutela dei segni distintivi si è espresso il Tribunale di Napoli con l’Ordinanza dell’8 agosto 199646. Sul presupposto dell’equiparazione del provider al direttore del giornale, ha affermato la responsabilità civile (extracontrattuale) del provider per aver “autorizzato, consentito, o comunque agevolato il comportamento illecito” di un suo utente, colpevole di aver diffuso in rete messaggi promozionali contenenti nomi e marchi appartenenti a società concorrenti47.

Il Tribunale ha ravvisato la sussistenza degli estremi della concorrenza sleale per il diretto responsabile dei messaggi e della compartecipazione colposa per il provider, assimilabile ad un responsabile editoriale, in quanto “il proprietario di un canale di comunicazione destinato a un pubblico di lettori - al quale va equiparato quale organo di stampa un sito Internet - ha l’obbligo di vigilare sul compimento di atti di concorrenza sleale eventualmente perpetrati attraverso la pubblicazione di messaggi pubblicitari di cui deve verificare la natura palese, veritiera e corretta, concorrendo, in difetto, e a titolo di responsabilità aquiliana, nell’illecito di concorrenza sleale”.

I princìpi affermati nella decisione in esame, se già non convincono a fini civilistici, equiparando in modo del tutto arbitrario l’attività dell’host provider a quella dell’editore, con conseguente affermazione della responsabilità dell’ISP per omessa vigilanza sui contenuti pubblicati da un suo utente - posto che nel caso di specie l’attività del provider non assumeva in nessun modo i connotati di editoria telematica – non sembrano in alcun modo accoglibili in ambito penalistico, alla luce del divieto di analogia in malam partem che presiede la materia.

  1. Provider e Pornografia Minorile: Legge 3 agosto 1998, n. 269.

Nella disamina della responsabilità penale del provider per i reati commessi da terzi servendosi dei servizi offerti dallo stesso, occorrerà valutare il suo atteggiarsi in caso d’immissione in rete di immagini o altro materiale pornografico di minori.

Affrontando questo argomento è necessario fare riferimento alla Legge 3 agosto 1998, n. 269, concernente le norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, e del turismo sessuale in danno di minori, che si pone come punto di incontro e di bilanciamento di opposti interessi in conflitto. “Da un lato vi è ovviamente, la libertà di manifestazione del pensiero, cui, a sua volta si collega la libertà di impresa e, dall’altro, vi è l’esigenza di una adeguata tutela dei diritti inviolabili dell’uomo, ed in particolare della tutela dei minori e del loro sano sviluppo sessuale, garantiti dall’art.2 della Costituzione, dalla Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali e soprattutto dalla Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo4849.

Il provvedimento legislativo in esame è stato introdotto nel codice penale all’art.600 ter. Al comma III è sancito che “chiunque, al di fuori delle ipotesi di cui al primo ed al secondo comma, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce o pubblicizza il materiale pornografico di cui al primo comma, ovvero distribuisce o divulga notizie o informazioni finalizzate all’adescamento ed allo sfruttamento sessuale di minori di anni 18, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da lire 5.000.000 a 100.000.000”.

In dottrina è stato rilevato che “il punto di mediazione costituito dalla Legge 3 agosto 1998, n. 269, si caratterizza per un uso della tutela penale che appare talvolta eccessivo. Un esempio è rappresentato dall’aver incriminato (alla pari, del resto, di molti altri ordinamenti), con l’art.600 quater c.p., la mera detenzione di materiale pedopornografico. Si è qui delineata una sorta di reato ostacolo: detta disposizione incriminatrice è ritenuta da taluni una forma speciale di ricettazione50. Con tale fattispecie il diritto penale arriva però ad incidere significativamente su aspetti tra i più intimi e personali della vita privata, il che ha destato alcune perplessità, tanto più che si interviene su condotte ben lontane dalla lesione al bene giuridico protetto, al contrario delle altre cui si riferisce la Legge 269 del 1998”51.

Si è già parlato della tendenza della dottrina che in linea di massima, si pone in un’ottica garantistica nei confronti dell’ISP, preoccupata di quei principi di tassatività e di personalità della responsabilità su cui si fonda il nostro sistema penale. Nello specifico, per ciò che attiene all’art.600 ter c.p., tale orientamento non sembra mutare, in linea del resto con la più attenta dottrina europea52.

Anche a proposito della responsabilità penale che la novella al codice penale del 1998 addosserebbe all’ISP le possibili configurazioni per cui tale soggetto potrebbe essere perseguito sono le stesse già osservate in commento al D.Lgs 2003, n.70: responsabilità di tipo omissivo ex art.40 c.p. e responsabilità di tipo commissivo per concorso nel reato commesso da terzi .

Quanto alla prima ipotesi forti sono state le perplessità in dottrina. “Si può ipotizzare che l’internet provider venga ritenuto responsabile per non aver impedito quell’evento costituito dall’immissione in rete di materiale pedopornografico. In tal caso, peraltro, l’evento da impedire si identificherebbe addirittura nello stesso fatto di reato, atteso che l’oggetto del rimprovero penale si sostanzierebbe nel non aver impedito la divulgazione o la pubblicizzazione del materiale pornografico di cui all’art.600 ter, comma I e II. Ciò che si sarebbe dovuto evitare è, allora, il fatto tipico disegnato dalla citata previsione codicistica e, cioè, non tanto un evento quanto una condotta, dato che l’art.600 ter c.p. delinea un delitto di mera condotta”53. Emerge pertanto una prima ragione di perplessità: il reato omissivo improprio sappiamo essere configurabile “solo in presenza di norme che incriminano la causazione di un evento, senza considerazione alcuna della condotta concretamente tenuta: si tratta dei reati causali puri, altrimenti detti a condotta libera o causalmente orientati”54. Pertanto “non potrà operare la clausola di equivalenza di cui all’art.40, comma II c.p. nel campo dei reati di mera condotta, nei quali assume disvalore penale la realizzazione di un data condotta senza alcuna considerazione dell’evento che ne consegue”55.

Nel caso in esame la divulgazione si configura appunto come mera condotta criminosa. “Allora, a ben vedere, ciò che si sarebbe dovuto impedire è addirittura il reato stesso, col che si afferma implicitamente che l’internet provider sarebbe tenuto ad un’attività di controllo penalmente sanzionata”56. Tale conclusione non appare migliore, in quanto “vi è il rischio di assegnare all’internet provider un ruolo equivalente a quello di un agente o di un ufficiale di polizia giudiziaria. Si fa così carico all’internet provider di un ruolo pubblicistico, che dovrebbe essere del tutto estraneo a chi si limiti a svolgere un’attività d’impresa”57.

Anche una ricostruzione che si fondasse sulla assimilazione dell’ISP al direttore del giornale – come evidenziato precedentemente – appare impropria. La previsione dell’art.57 c.p. prefigurando un obbligo di controllo penalmente sanzionato che si ricollega al fatto di ricoprire una carica apicale in complesse strutture organizzative, potrebbe apparire non tropo lontana dalla questione in esame. Ma in tali ipotesi è il Legislatore stesso che connette quei doveri di controllo. “Laddove il Legislatore non lo preveda espressamente, non è possibile pervenire in via meramente interpretativa ad una soluzione di questo genere, sia perché rischieremmo di dar luogo ad una applicazione analogica in malam partem dell’art.57 c.p., sia perché, come già evidenziato, lo stesso art.600 ter non consente una soluzione di questo genere, in quanto non è un reato a forma libera”58. Da ciò emerge la difficoltà che una ricostruzione della responsabilità penale sul modello concorsuale omissivo incontra.

La seconda ipotesi, percorre invece la strada della responsabilità concorsuale commissiva e configurerebbe l’imputazione all’internet provider di “una sorta di condotta agevolatoria, per aver fornito accesso in rete a soggetti che poi vi hanno immesso materiale pornografico attinente ai minori”59. Se una simile ricostruzione appare, a detta della dottrina, più corretta alla luce dei principi generali del nostro sistema penale, tuttavia presenta delle difficoltà quanto alla configurazione dell’elemento soggettivo.

Realisticamente, come riconoscono alcuni fautori della tesi in esame60, si potrà addivenire a sentenze di condanna dell’internet provider che abbia consentito l’accesso alla rete a chi vi ha poi inserito materiale pedopornografico, configurando, a suo carico, una responsabilità a titolo di dolo eventuale. In questo senso “la soluzione rappresentata dal ricorso alla figura del dolo eventuale è pericolosa, perché rischia di far venir meno quel requisito fondamentale che è la conoscenza del materiale illecito. Infatti, seguendo l’impostazione in discussione, ci si potrebbe limitare, ai fini dell’accertamento della penale responsabilità dell’Internet provider, agli avvertimenti che gli sono giunti. Si farebbe così riferimento non alla conoscenza attuale di materiale pedopornografico ospitato sui suoi siti, ma alla mera conoscibilità. A questo punto si scivola quasi inavvertitamente verso un’ipotesi di colpa e non già di dolo”61. Il ricorso al dolo eventuale appare pertanto scarsamente condivisibile, tanto più se si prendono in considerazione le recenti tendenze dottrinali in materia, tese a delimitare il ricorso ad esso per i soli casi in cui “non sia nemmeno ipotizzabile una figura di agente modello che operi nell’ambito di rischio in cui viene a determinarsi l’evento pregiudizievole” 62.

Alla luce di quanto emerso, anche il tentativo di delineare una responsabilità penale del provider a titolo di partecipazione concorsuale commissiva sostenuta dal dolo eventuale pare difficilmente percorribile.

6.1. Analisi comparatistica: la Normativa Tedesca.

Nonostante le difficoltà applicative cui la normativa dà adito una soluzione che non riconoscesse alcuna forma di responsabilità in capo al provider apparirebbe, alla maggior parte della dottrina, eccessivamente sbilanciata a scapito di alcuni fondamentali diritti dell’uomo e, in particolare, del fanciullo: “dietro l’affermazione della più ampia libertà di espressione, pare celare la più incondizionata tutela della libertà di impresa” 63.

Ai fini dell’individuazione di un ragionevole punto di mediazione, sembra venire in soccorso l’analisi comparatistica: è la recente legislazione tedesca del 22 luglio 1997 sui servizi di informazione e comunicazione64 a fornire una soluzione che è stata salutata entusiasticamente dalla quasi totalità della dottrina nostrana.

La responsabilità dell’internet provider è regolata dall’art.565, dove si richiede, ai fini della configurazione di una responsabilità penale, in primo luogo la conoscenza del materiale pornografico che è stato immesso in rete. “Questo elemento ha una fondamentale importanza proprio per evitare le tentazioni di ricorrere al dolo eventuale che rischia poi di ridursi ad un semplice dolus in re ipsa66 e, quindi, ad una presunzione di dolo”67 .

In secondo luogo appare ben disciplinata la stessa posizione di garanzia: non ha, infatti, senso che l’internet provider sia sempre responsabile a livello di omesso controllo dato che “tecnicamente è estremamente difficile, a livello di rete, il controllo sui contenuti. In altri termini, è altamente improbabile che l’internet provider riesca a controllare i numerosissimi accessi in rete, anche, e soprattutto, alla luce del diritto all’anonimato di colui che immette il dato in rete”68.

A questo proposito la Legge tedesca pone due fondamentali presupposti dell’obbligo penalmente sanzionato: la possibilità tecnica del controllo e l’esigibilità dello stesso.

Solo con una disciplina simile anche nel nostro paese si potrà scongiurare il rischio, connesso alle difficoltà tecniche dell’individuazione dell’autore che immette i dati in rete, di individuare nell’internet provider l’unico soggetto chiamato a rispondere penalmente. Stante la situazione attuale si corre il serio “pericolo di creare dei capri espiatori, configurando ipotesi di responsabilità oggettiva o, peggio, addirittura di posizione”69.

Se è vero che l’ISP non debba passare esente da preoccupazioni di carattere penale è però altrettanto vero che “l’intervento in tale ambito deve caratterizzarsi per forme di responsabilità di tipo concorsuale sottese ad un dolo particolarmente intenso e non già da sfuggenti criteri di imputazione soggettiva, cioè da ambigue forme di dolo che mascherano, in realtà, comportamenti strutturalmente colposi”70.

6.2. Applicazioni Giurisprudenziali Straniere.

a) Giurisprudenza Svizzera.

Si ricorda il caso dell’internet provider svizzero che è stato condannato per non aver rimosso materiale pornografico dopo che la presenza di questo gli era stata segnalata dall’Autorità Federale. Questi non aveva tenuto conto dell’avvertimento dell’autorità pubblica relativo alla presenza, sui suoi computer, di materiale pornografico riguardante i minori. Ciò, a detta dei giudici, ha comportato l’accettazione del rischio che in futuro potessero essere introdotto ulteriori materiali pornografici.

Una simile soluzione si presta a tutte le critiche dottrinali sul dolo eventuale riportate al paragrafo precedente, quanto al pericolo applicazioni improntate ad automatismi sanzionatori e presunzioni di volontarietà71.

b) Giurisprudenza Tedesca.

E’ dalla Germania, precisamente dalla Baviera, che arriva la prima sentenza su Provider e pedofilia. A Monaco di Baviera Felix Somm, 34 anni, residente in Svizzera, ex direttore della filiale tedesca del provider americano CompuServe, è stato condannato dal Tribunale a due anni di carcere (con la condizionale). Nella sentenza Somm è stato giudicato complice della diffusione sulla Rete di materiale pedopornografico proprio in quanto access provider.

Trattasi di una sentenza agli occhi dei più sorprendente. Senz’altro lo è stata agli occhi dell’accusa che, al pari degli avvocati della difesa, aveva chiesto l’assoluzione di Somm. La Corte invece, ribaltando ogni previsione, lo ha condannato a due anni.

A parere del giudice il provider ha, tanto in astratto, quanto in questo caso concreto, la possibilità tecnica di filtrare e censurare il materiale pornografico, semplicemente negando la possibilità di accedere ai siti che lo contengono, a nulla valendo i pareri contrari apportati dai periti tecnici della difesa: “Altro che vittima del mezzo, [il provider] poteva censurare e intervenire!”.

Questa decisione, sia dal punto di vista tecnico e che giuridico, appare decisamente lontana da ogni ricostruzione ragionevole ed equilibrata del quadro delle responsabilità72.

c) Giurisprudenza Statunitense.

In senso contrario si pone, invece, la giurisprudenza statunitense: la Corte Suprema Federale della Pennsylvania ha dichiarato costituzionalmente illegittima quella norma del “Communications Decency Act” che configurava una responsabilità penale dell’internet provider per aver consentito l’accesso in rete a materiale di carattere pornografico attinente i minori73.

L’impostazione statunitense si fonda sul riconoscimento costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero, pertanto non si presta ad un “trapianto” nel nostro ordinamento dove, come noto, tale libertà incontra dei limiti nella stessa Costituzione espressamente sanciti. L’art.21 della Carta individua, come è noto, proprio nel rispetto del buon costume il criterio delimitativo della garanzia costituzionale al diritto di manifestazione del pensiero. Una soluzione come quella, interamente orientata alla tutela della libertà di espressione, non contemperata da un’adeguata protezione dei diritti inviolabili dell’uomo, non potrà essere percorsa74.

6.3. Prima Applicazione Giurisprudenziale Italiana.

Responsabilità dell’Host Provider da Link.

Esclusa la responsabilità dell’host provider per la presenza in una propria pagina di un collegamento al sito incriminato

Il 25 febbraio 2004 il Tribunale di Milano ha emanato una Sentenza75 in materia di responsabilità per linking dell’ISP. Tale decisione rappresenta la prima applicazione giurisprudenziale, in ambito penale, quanto a responsabilità del provider per il contenuto illecito del sito gestito da terzi e dallo stesso ospitato, materia finora affrontata soltanto dalla dottrina e dalla giurisprudenza civile.

Nello specifico, il Tribunale è stato chiamato a decidere sulla corresponsabilità penale del server provider, il quale aveva pubblicato sul proprio sito un link ad un altro sito contenente materiale pedopornografico. L’accusa contestata a tale soggetto, intestatario e gestore del sito, era quella di essersi reso compartecipe nel distribuire, divulgare e pubblicizzare 5 filmati e 14 immagini pedopornografiche, in violazione dell’art.600 ter, comma III, c.p.

Dalla ricostruzione dei fatti era emerso che il ruolo svolto dall’imputato era quello di semplice host provider, essendosi limitato ad offrire dello spazio sul proprio server per l’altrui sito, in cui tali immagini e filmati erano contenuti. La condotta del provider si era concretizzata nel rendere pubbliche, nel proprio sito, la classifica dei siti, da esso ospitati, più votati (e, tra questi, anche il sito contenente il materiale pedopornografico), con link alla relativa home page. Emergeva comunque dagli atti del processo che dall’analisi della sola home page l’imputato non avrebbe potuto avere in alcun modo conoscenza di tali contenuti, risultando questa assolutamente “insospettabile” ad un’analisi che non prendesse in esame il sito nella sua interezza.

La decisione del Tribunale si è orientata per l’assoluzione del server provider imputato per non aver commesso il fatto, non risultando provato, da una parte, alcun comportamento che indicasse un apporto causale alla divulgazione del materiale pedopornografico, dall’altra, la sua conoscenza diretta del contenuto illecito divulgato sul sito da lui ospitato.

Tale decisione si pone pienamente in linea con gli orientamenti dottrinali emersi in materia. Più volte sono state ricordate le due forme di responsabilità penale ascrivibili all’ISP: responsabilità a titolo di partecipazione omissiva e a titolo di partecipazione commissiva . Senza soffermarsi sull’analisi di queste, peraltro già condotta nel corso della trattazione, rileva ora valutare in che modo il Tribunale abbia giudicato il loro atteggiarsi nel caso concreto. Esso ha dovuto determinare se i network provider (i proprietari delle infrastrutture di telecomunicazioni), gli access provider ed i service provider possono, per il solo fatto di fornire delle infrastrutture, essere ritenuti corresponsabili delle condotte citate nella Legge 1998, n. 269, dovendo pertanto rispondere per fatto illecito altrui.

Opportunamente il Tribunale ha operato preliminarmente una distinzione tra le varie attività del fornitore: all’infuori di “ipotesi marginali (per esempio quando [il fornitore] abbia agito come moderatore di un newsgroup e/o laddove abbia provveduto ad un controllo dei messaggi pervenuti sul suo spazio web attraverso i siti ospitati o richiamati ed abbia influito - proprio in funzione di tale analisi – nell’organizzarne la fruibilità per gli utenti attraverso il suo servizio per esempio con l’applicazione di un banner o altro)” la attività del fornitore risulta del tutto autonoma rispetto a quella illecita del content provider, pur essendo casualmente condicio sine qua non del realizzarsi della seconda.

Si sostiene nella Sentenza che per muovere un rimprovero penale al provider, a titolo di responsabilità omissiva, occorrerà la contestuale presenza di due presupposti, connessi alla sussistenza dell’obbligo giuridico di attivarsi per impedire la causazione dell’evento: la titolarità di una posizione di garanzia ed il contemporaneo potere di controllo preventivo sul contenuto del sito. E tali presupposti, in questo caso, non sono stati riscontrati.

Quanto alla insussistenza del potere di controllo, la Sentenza motiva sull’impossibilità in concreto “di esercitare un efficace controllo sui messaggi ospitati sul proprio sito, visto l’enorme afflusso dei dati che transitano sui servers e la possibilità costante di immissione di nuove comunicazioni anche attraverso collegamenti alternativi proprio per la struttura aperta di internet che non rappresenta alcun unitario sistema centralizzato, ma una possibilità di molteplici connessioni fra reti e computers diversi.”

Quanto, invece, alla posizione di garanzia, il Tribunale non ravvisa nel diritto vigente alcuna specifica previsione che espressamente la imponga. A ciò aggiunge la inapplicabilità degli artt.57 e 57 bis, configurandosi un’estensione analogica in malam partem, ponendosi in linea con la dottrina e con la giurisprudenza più recente.

Esplicito il consenso riscontrato in dottrina dalla soluzione adottata: “anche sotto questo aspetto la motivazione della sentenza appare inattaccabile, posto che l’analisi delle fonti normative che prevedono forme di responsabilità per i providers (anche relativamente ad altre fattispecie di reato) conferma tale conclusione”76.

“Ci si riferisce, innanzitutto, al D. Lgs. 9 aprile 2003, n. 70 che, agli artt.14, 15 e 16, regola forme di responsabilità per il mere conduit, il caching ed l’hosting senza, tuttavia, prevedere specifiche responsabilità penali per posizione di garanzia. All’art.17, inoltre, vi è la conferma dell’assenza dell’obbligo generale di sorveglianza allorquando si sancisce che il prestatore - ovvero, ai fini del Decreto 70/2003, la persona fisica o giuridica che presta un servizio della società dell’informazione - non è assoggettato ad un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza, né ad un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite (fermi restando, comunque, gli obblighi di informazione all’autorità giudiziaria o amministrativa di controllo e la responsabilità civile espressamente prevista)”77.

Pertanto “L’attività del server provider consistendo nell’offerta di uno spazio in rete e di un accesso al sito – attività definita dal Tribunale neutra e lecita – non può in alcun modo configurarsi penalmente rilevante. Solo laddove il provider si inserisse attivamente nella condotta penalmente rilevante (ad esempio contribuendo consapevolmente alla divulgazione di un messaggio relativo alla distribuzione del materiale incriminato) allora potrebbe palesemente configurarsi l’illecito contestato”78.

  1. Conclusioni

L’analisi sulle diverse configurazioni della responsabilità penale del provider per i reati commessi in Internet si snoda attraverso argomenti lontani fra loro. La materia offre un’immensità di diversi risvolti applicativi, cui si associa un quadro legislativo tutt’altro che ordinato e coerente, a fronte di uno scarso numero di interventi dottrinali e giurisprudenziali, spesso anch’essi caotici e incerti.

Accanto al quadro generale di responsabilità penale che emergeva dal recentissimo D.Lgs. 2003, n.70, che si pone come Legge Quadro per l’intera materia, delineando le linee guida di responsabilità civile e penale del provider nella totalità delle attività da esso svolte, si pone la normativa editoriale, nella cui applicazione il provider finisce inevitabilmente per essere coinvolto, in ragione delle attività d’informazione che offre ai propri utenti; infine un ulteriore aspetto della responsabilità penale del provider è dato dalla normativa sulla pornografia minorile.

Tirando le conclusioni non resta che rimarcare le posizioni già espresse nel corso della trattazione specifica dei singoli argomenti.

La responsabilità penale del provider per i reato commessi in Internet, alla luce di quanto espresso a proposito del D.Lgs. 2003, n.70, non può che seguire le normali vie di imputazione che sono dettate dal diritto penale generale. Quella posizione di garanzia, cui sembrava rinviare la normativa e che, se accertata, avrebbe fondato la responsabilità del provider a titolo di concorso omissivo nel reato di terzi, non sembra sussistere. Ragion per cui il provider risponderà, ma solo per quei fatti da lui direttamente posti in essere, al pari di qualsiasi altro soggetto.

Per ciò che concerne l’assoggettabilità del provider alle norme penali sull’editoria, ad oggi, stante l’attuale normativa, dovremo ritenerlo soggetto a queste ogniqualvolta l’ISP svolga, nel concreto, attività informativa, a prescindere dalla registrazione presso il Tribunale e dagli altri adempimenti previsti dalla Legge sull’editoria, configurandosi questi quali meri oneri e non già quali veri e propri obblighi a suo carico. Il provider dovrà pertanto svolgere quell’attività di sorveglianza che gli artt.57 e ss. c.p. richiedono al direttore responsabile della testata giornalistica, rispondendo, insieme all’autore materiale, per i reati che dovessero perpetrarsi in ragione del mancato controllo.

Infine, in tema di pornografia minorile, l’analisi dell’art.600 ter, comma III, ci ha mostrato come la responsabilità penale del provider debba necessariamente passare, nel caso di partecipazione commissiva, per un dolo intenzionale, sì da scongiurare semplificazioni che facilmente condurrebbero a configurare ipotesi di dolus in re ipsa; infine, nel caso di partecipazione omissiva, dovranno necessariamente ricorrere gli elementi della esperibilità materiale e della esigibilità del controllo.

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1 Cfr., sul rema, R. GAROFOLI, Manuale di diritto penale, Parte generale, Giuffrè, 2005.

2 Cfr. A.A.V.V. , Disciplina e responsabilità degli Internet-providers, in Sisde.it, 1999, accessibile all’indirizzo http://www.sisde.it.

3 In questo senso, numerosi gli interventi in dottrina. Si veda ad esempio: A.A.V.V. , Internet e contenuti illeciti: il regime di responsabilità degli Internet Service Provider, in Unolegal Consulting, 2000, accessibile all’indirizzo http://www.unolegal.it; CAMMARATA, Disegno di legge per Uccidere Internet! Delirio normativo o lucida premeditazione?, in InterLex (Diritto, tecnologia, informazione), 2001, accessibile all’indirizzo http://www.interlex.com; dello stesso, I fornitori sono serviti, in InterLex (Diritto, tecnologia, informazione), 1998, accessibile all’indirizzo http://www.interlex.com/inforum/interv97.htm/serviti.htm; dello stesso, Le trappole nei contratti di hosting, in InterLex (Diritto, tecnologia, informazione), 2003, accessibile all’indirizzo http://www.interlex.com; GHIBELLINI, ISP sempre più responsabili, in Punto Informatico, 2003, accessibile all’indirizzo http://punto-informatico.it/p.asp?i=44203; MINOTTI, Responsabilità penale: il provider è tenuto ad “attivarsi”?, in InterLex (Diritto, tecnologia, informazione), 2003, accessibile all’indirizzo http://www.interlex.it/regole/minotti8.htm. e MONTI, Oscenità in rete: paga sempre il SysAdmin?, in InterLex (Diritto, tecnologia, informazione), 1997, accessibile all’indirizzo http://www.interlex.com/inforum/interv97.htm/a_monti8.htm.

4 Cfr., sul rema, R. GAROFOLI, Manuale di diritto penale, Parte generale, Giuffrè, 2005.

5 Cfr., sul rema, R. GAROFOLI, Manuale di diritto penale, Parte generale, Giuffrè, 2005.

FIANDACA – MUSCO, Diritto penale parte generale, terza edizione, cit., pag. 551.

6 Cfr., sul rema, R. GAROFOLI, Manuale di diritto penale, Parte generale, Giuffrè, 2005.

FIANDACA – MUSCO, Diritto penale parte generale, terza edizione, cit., pag. 551.

7 Cfr., sul rema, R. GAROFOLI, Manuale di diritto penale, Parte generale, Giuffrè, 2005.

DI BENEDETTO, Diritto Penale, Giurisprudenza e casi pratici, cit.; FIANDACA – MUSCO, Diritto penale parte generale, terza edizione, cit., pagg. 553 e ss.

8R. GAROFOLI, Manuale di diritto penale, Parte generale, Giuffrè, 2005.

FIANDACA – MUSCO, Diritto penale parte generale, terza edizione, cit., pag. 555.

9 BUFFA - CASSANO, Responsabilità del content provider e dell’host provider, in Altalex Quotidiano di Informazione Giuridica, del 14.02.2003.

10 In questo senso anche: BUFFA - CASSANO, Responsabilità del content provider e dell’host provider, cit.; CERASANI, Nota sulla corresponsabilità dei provider per la violazione di segni distintivi su internet, in Archivio Ceradi, Luiss, accessibile all’indirizzo http://www.archivioceradi.luiss.it/; DONATO , La responsabilità dell’operatore di sistemi telematici, in Diritto dell’Informazione e dell’Informatica, 1996; FREDIANI, Internet provider: responsabilità e casistica, in Il commercialista telematico, 2001, accessibile all’indirizzo http://www.commercialistatelematico.com/articolo.html?articolo_pubblico=informatica/provider.htm; GATTEI, Considerazioni sulla responsabilità dell’Internet provider, 1998, in InterLex (Diritto, tecnologia, informazione), accesibile all’indirizzo http://www.interlex.com; SEMINARA, La responsabilità penale degli operatori su Internet, in R.T.D.P.E., 1998; SIEBER, Kontrollmoglichkeiten zur Verhinderung rechtswidriger Inhalte in Computernetze. Zur Umsetzung von§ 5 TDG am Beispiel der Newsgroups des Internet, in Computer und Recht, 1997 e dello stesso, Responsabilità penali per la circolazione di dati nelle reti internazionali di computer. Le nuove sfide di internet, trad. it. a cura di Sforzi, in R.T.D.P.E., 1997.

11 BUFFA - CASSANO, Responsabilità del content provider e dell’host provider, cit.

12 MINOTTI, Responsabilità penale: il provider è tenuto ad “attivarsi”?, cit.

13 Cfr. MINOTTI, Responsabilità penale: il provider è tenuto ad “attivarsi”?, cit.

14 In questo senso: CAMMARATA, Le trappole nei contratti di hosting, cit.

15 In questo senso: BUFFA - CASSANO, Responsabilità del content provider e dell’host provider, cit.; FREDIANI, Internet provider: responsabilità e casistica, cit.; MINOTTI, Responsabilità penale: il provider è tenuto ad “attivarsi”?, cit.; MONTI, Oscenità in rete: paga sempre il SysAdmin?, cit. e dello stesso, Uno spettro si aggira per l’Europa: la responsabilità del provider, , in InterLex (Diritto, tecnologia, informazione), 2000, accessibile all’indirizzo http://www.interlex.it/regole/amonti40.htm.

16 MINOTTI, Responsabilità penale: il provider è tenuto ad “attivarsi”?, cit.

17 Sempre in argomento si vedano anche: BUONOMO, Sicurezza dei sistemi informativi e responsabilità dell’operatore di sistema. Dibattito sul Forum Multimediale La Società dell’Informazione, documentato su InterLex (Diritto, tecnologia, informazione), 1995, accessibile all’indirizzo http://www.interlex.com/inforum/interv97.htm/buonomo.htm; FOGLIANI, Verso una irresponsabilità oggettiva del provider?, in InterLex (Diritto, tecnologia, informazione), 1998, accessibile all’indirizzo http://www.interlex.com. e IASELLI, L’autotutela dei providers, in Studiocelentano.it, 2002, accessibile all’indirizzo http://www.studiocelentano.it.

18 Articolo aggiunto dall’art.3, Legge 3 agosto 1998, n.269.

19 Articolo così modificato dall’art.1, legge 4 marzo 1958, n.127.

20 Cfr. BUFFA - CASSANO, Responsabilità del content provider e dell’host provider, cit.

21 In Giur. Piemontese, 1997, 493.

22 In AIDA, 2000, 809.

23 Cfr. BUFFA - CASSANO, Responsabilità del content provider e dell’host provider, cit.

24 Edita in www.interlex.com ed in www.mailgate.org.

25 Il giudice, peraltro, non limitandosi all’esclusione della responsabilità della Pantheon, ha anche affermato che il messaggio inviato in rete era stato lanciato “da un soggetto nella sua qualità di privato cittadino “al quale non possono applicarsi i limiti che invece sono propri della cronaca giornalistica, anche perché la persona comune non è mossa da un intento lucrativo. Ha pertanto ritenuto che le critiche espresse, ancorché aspre e polemiche, fossero una legittima manifestazione del pensiero tutelata dall’art.21 della Costituzione.

26 Cfr. A.A.V.V., Il Provider non è responsabile dei messaggi scritti nei Gruppi di Discussione (News Group). Legittima manifestazione del pensiero tutelata dalla Costituzione, in Aiip.org, 1998, accessibile all’indirizzo http://www.aiip.org e BUFFA - CASSANO, Responsabilità del content provider e dell’host provider, cit.

27 CAMMARATA, Le trappole nei contratti di hosting, cit.

28 BUFFA - CASSANO, Responsabilità del content provider e dell’host provider, cit.

29 La scelta di affrontare l’esame della restante parte dell’ordinanza in questo paragrafo, separatamente dal resto dell’ordinanza, è dettata da mera comodità espositiva.

30 Commento all’Ord. Tribunale di Napoli 14 giugno 2002, in Corriere giuridico, n.1/2003

31 Commento all’Ord. Tribunale di Napoli 14 giugno 2002, in Corriere giuridico, n.1/2003

32 Cfr. BUFFA - CASSANO, Responsabilità del content provider e dell’host provider, cit.

33 Il banner è species del genus link, differenziandosi da questo esclusivamente per il fine pubblicitario. Per il resto il banner, al pari del comune link, consente il collegamento ipertestuale con la pagina richiamata (pubblicizzata).

34 Cfr. BUFFA - CASSANO, Responsabilità del content provider e dell’host provider, cit.

35 Cfr. BUFFA - CASSANO, Responsabilità del content provider e dell’host provider, cit.

36 In Dir. inf e inf., 1998, 821.

37 Cfr. BUFFA - CASSANO, Responsabilità del content provider e dell’host provider, cit.

38 Come sostenuto dall’On. Taradash nell’interrogazione parlamentare che seguì l’adozione di tale provvedimento giudiziario.

39 CERASANI, Nota sulla corresponsabilità dei provider per la violazione di segni distintivi su internet, cit.

40 Cfr. IASELLI, La legge comunitaria 2001 in tema di registrazione di testate editoriali telematiche, in Studiocelentano.it, 2002, accessibile all’indirizzo http://www.studiocelentano.it/editorial/iaselli/110302.asp; IPERTI, La responsabilità dell’internet provider (internet e la legge sull’editoria – la normativa europea – le sentenze di giudici italiani e stranieri), accessibile all’indirizzo http://www.newlaw.it/Documentazione_internet/Resp.%20int%20provider.html e MINOTTI, Internet e stampa: il punto della situazione, in Punto Informatico, 2002, accessibile all’indirizzo http://punto-informatico.it/p.asp?i=39659.

41 Art.2, legge 8 febbraio 1948, n. 47: “ogni stampato deve indicare il luogo e l’anno della pubblicazione, nonché il nome e il domicilio dello stampatore e, se esiste, dell’editore”.

42 Cfr. IPERTI, La responsabilità dell’internet provider (internet e la legge sull’editoria – la normativa europea – le sentenze di giudici italiani e stranieri), cit.

43 IPERTI, La responsabilità dell’internet provider (internet e la legge sull’editoria – la normativa europea – le sentenze di giudici italiani e stranieri), cit.

44 BUFFA - CASSANO, Responsabilità del content provider e dell’host provider, cit.

45 In Dir. Inf. Inf. pag. 370, 1998.

46 In Dir. Inf e Inf., 1997, 970, e in Riv. Dir. Ind., 1999, II, 38.

47 Cfr. BUFFA - CASSANO, Responsabilità del content provider e dell’host provider, cit. e CERASANI, Nota sulla corresponsabilità dei provider per la violazione di segni distintivi su internet, cit.

48 Convenzione Internazionale sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata in Italia dalla L. 27 maggio 1991, n. 176.

49 COLUCCIA, La responsabilità amministrativa e da reato dei providers – la pedofilia on- line, in infoius.it, 2002, accessibile all’indirizzo http://www.infoius.it/monografie/resp_providers/resp_prov.asp.

50 Cfr. FORLENZA, Un pacchetto di misure a tutto campo per una legge dalle grandi aspettative, in Guida al diritto, 1998, n. 33.

51 MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, in Ind. pen., 1999, pagg. 47 ss.

52 Cfr. SEMINARA, La pirateria su internet e il diritto penale, in R.T.D.P.E., 1997; dello stesso, La responsabilità penale degli operatori su Internet, cit.; SIEBER, Kontrollmoglichkeiten zur Verhinderung rechtswidriger Inhalte in Computernetze. Zur Umsetzung von§ 5 TDG am Beispiel der Newsgroups des Internet, cit. e dello stesso, Responsabilità penali per la circolazione di dati nelle reti internazionali di computer. Le nuove sfide di internet, trad. it. a cura di Sforzi, cit.

53 MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, cit., pag. 47.

54 DI BENEDETTO, Diritto Penale, Giurisprudenza e casi pratici, cit., pag.103.

55 DI BENEDETTO, Diritto Penale, Giurisprudenza e casi pratici, cit., pag. 104.

56 MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, cit., pagg. 47 e ss.

57 MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, cit., pagg. 47 e ss.

Sulla stessa materia cfr. COLUCCIA, La responsabilità amministrativa e da reato dei providers – la pedofilia on- line, cit.; MANNA, Considerazioni sulla responsabilità penale degli internet providers in tema di pedofilia, in Studiocelentano.it, 2002, accessibile all’indirizzo http://www.Studiocelentano.it; PICA, Diritto penale delle tecnologie informatiche, Torino, 1999, pag. 247; RICOTTI, Fondamento e limiti della responsabilità penale dei Service-providers in Internet, in Diritto penale e processo, 1999 e ZENO - ZENCOVIC, il corpo del reato: pornografia minorile, libertà di pensiero e cultura giuridica, in Pol, dir., 1998.

58 MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, cit., pagg. 47 e ss.

59 MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, cit., pagg. 47 e ss.

60 RICOTTI, Fondamento e limiti della responsabilità penale dei Service-providers in Internet, cit., pagg. 379 ss.; dello stesso, La responsabilità penale dei Service-providers in Italia, in ibid., pagg. 501 e ss.503; dello stesso, Sub art. 600-ter III, in Cadoppi (a cura di), Commentario delle norme contro la violenza sessuale e della legge contro la pedofilia, 2°, Padova. 1999.

61 MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, cit., pagg. 47 e ss.

Da rilevare, a tal proposito, che di recente ed autorevolmente PEDRAZZI, Tramonto del dolo?, in R.I.D.P.P., 2000, pagg. 1265 e ss., ha osservato che: “paradossalmente, in quanto depotenzia il momento volitivo, la figura del dolo eventuale dovrebbe segnare la riscossa della Vorstellungstheorie; e invece, in siffatte applicazioni deviate, finisce per vanificare proprio il momento rappresentativo, cui sottrae l’oggetto suo proprio”.

62 MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, cit., pagg. 47 e ss.

Sulla stessa materia cfr. A.A.V.V., Dolo eventuale e colpa cosciente, Milano, 1999, pagg. 152 ss. e COLUCCIA, La responsabilità amministrativa e da reato dei providers – la pedofilia on- line, cit.

63 MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, cit., pagg. 47 ss.

64 In KDG

65 In argomento v. ampiamente RICOTTI, Fondamento e limiti della responsabilità penale dei Service-providers in Internet, cit., 383-384 e SEMINARA, La responsabilità penale degli operatori su Internet, cit., 759.

66 In argomento si veda A.A.V.V., Dolo eventuale e colpa cosciente, cit. e BRICOLA, Dolus in re ipsa, Milano, 1960.

67 MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, cit., pagg. 47 ss.

68 MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, cit., pagg. 47 ss.

Sul punto cfr. COLUCCIA, La responsabilità amministrativa e da reato dei providers – la pedofilia on- line, cit. e MORALES PRATSN, La protecciòn del derecho a la intimidad de las personas (fichero de datos), in Cuadernos de Derecho Judicial, 1997.

69 MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, cit., pagg. 47 ss.

70 MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, cit., pagg. 47 ss.

Sul punto cfr. COLUCCIA, La responsabilità amministrativa e da reato dei providers – la pedofilia on- line, cit.; EUSEBI, Appunti sul confine fra dolo e colpa nella teoria del reato, in R.I.D.P.P., 2000 e FORTE, Ai confini tra dolo e colpa: dolo eventuale o colpa cosciente?, in Ibid., 1999.

71 Cfr. COLUCCIA, La responsabilità amministrativa e da reato dei providers – la pedofilia on- line, cit. e MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, cit.

72 Cfr. COLUCCIA, La responsabilità amministrativa e da reato dei providers – la pedofilia on- line, cit. e MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, cit.

73 Corte Federale degli Stati Uniti, Distretto Orientale della Pennsvlvania, 1996, in Studiocelentano.it, 1996, 604 ss. con nota di ZENO-ZENCOVICH, Manifestazione del pensiero, libertà di comunicazione.

74 Cfr. COLUCCIA, La responsabilità amministrativa e da reato dei providers – la pedofilia on- line, cit. e MANNA, Profili problematici della nuova legge in tema di pedofilia, cit.

75 In Penale.it, accessibile all’indirizzo http://www.penale.it/giuris/meri_159.htm.

76 CAVANNA, Le responsabilità dei providers alla luce della sentenza del Tribunale di Milano - Sezione V Penale in composizione collegiale - n. 1993 del 25 febbraio 2004, in penale.it, 2004, accessibile all’indirizzo http://www.penale.it.

77 CAVANNA, Le responsabilità dei providers alla luce della sentenza del Tribunale di Milano - Sezione V Penale in composizione collegiale - n. 1993 del 25 febbraio 2004, cit.

78 FREDIANI, Commento della sentenza del Tribunale di Milano n. 1993 del 25 febbraio 2004, in Punto Informatico, 2004, accessibile all’indirizzo http://punto-informatico.it.



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